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Contenuti pubblicati su Sapere Quotidiano, selezionati e riorganizzati per un ripasso chiaro e sistematico.
Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDFIl Piano Educativo Individualizzato, meglio conosciuto come PEI, è uno degli strumenti più importanti per l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Spesso, però, viene percepito come un documento complesso, lungo, tecnico, da compilare perché “va fatto”. Questa lettura è comprensibile, soprattutto per i docenti che devono confrontarsi con scadenze, piattaforme, riunioni, modelli e adempimenti. Tuttavia, è anche una lettura riduttiva.
Il nuovo PEI su base ICF nasce proprio per spostare l’attenzione dalla compilazione formale alla progettazione educativa. Non dovrebbe essere visto come una semplice raccolta di caselle da riempire, ma come una mappa ragionata del percorso scolastico dell’alunno: chi è, come funziona nel contesto, quali barriere incontra, quali facilitatori lo aiutano, quali obiettivi sono realistici e quali condizioni possono permettergli di partecipare meglio alla vita della classe.
Il Decreto Ministeriale n. 153 del 1° agosto 2023 ha aggiornato il modello nazionale di PEI, le linee guida e le modalità di assegnazione delle misure di sostegno, intervenendo anche sul lavoro del GLO, cioè il Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione.
Il punto centrale, però, non è soltanto normativo. È culturale. Il PEI su base ICF chiede alla scuola di non guardare l’alunno solo attraverso la diagnosi, ma attraverso il suo funzionamento reale: ciò che riesce a fare, ciò che può imparare, ciò che lo ostacola, ciò che lo sostiene e ciò che accade nella relazione quotidiana con l’ambiente scolastico.
In questa prospettiva, il PEI può essere inteso come una mappa dinamica del funzionamento dell’alunno. Non fotografa soltanto una difficoltà, ma osserva abilità, potenzialità, interessi, fattori ambientali, relazioni, atteggiamenti e condizioni che incidono sull’apprendimento e sulla partecipazione.
Che cos’è il PEI
Il PEI, Piano Educativo Individualizzato, è il documento che definisce il percorso educativo e didattico dell’alunno con disabilità certificata. Non riguarda genericamente tutti gli alunni con difficoltà, ma gli studenti per i quali è previsto un percorso di inclusione scolastica ai sensi della normativa sulla disabilità.
Il PEI serve a mettere in relazione diversi aspetti della vita scolastica dell’alunno. Non descrive solo ciò che l’alunno sa o non sa fare, ma prova a collegare il suo funzionamento con il contesto in cui apprende, comunica, si muove, partecipa e costruisce relazioni.
| Aspetto | Domanda guida |
|---|---|
| Funzionamento dell’alunno | Come apprende, comunica, partecipa e si relaziona? |
| Contesto scolastico | Quali condizioni lo aiutano o lo ostacolano? |
| Obiettivi educativi e didattici | Quali traguardi sono realistici, significativi e coerenti? |
| Strategie e strumenti | Quali modalità favoriscono apprendimento e partecipazione? |
| Verifica e monitoraggio | Come si controlla se il percorso sta funzionando? |
Il PEI, quindi, non è soltanto un documento amministrativo. È uno strumento di progettazione, confronto e responsabilità. Serve a evitare interventi improvvisati, incoerenti o affidati solo alla sensibilità del singolo docente.
Quando è costruito bene, il PEI aiuta la scuola a lavorare in modo più ordinato e condiviso. Permette ai docenti di sapere quali obiettivi perseguire, quali strategie utilizzare, quali adattamenti prevedere e come verificare se il percorso sta realmente aiutando l’alunno.
Che cosa significa “su base ICF”
Per capire il nuovo PEI bisogna chiarire il significato di ICF. L’ICF, International Classification of Functioning, Disability and Health, è la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che descrive il funzionamento e la disabilità considerando la persona nel suo rapporto con il contesto.
Questo è un passaggio fondamentale: la disabilità non viene letta solo come caratteristica interna alla persona, ma come risultato dell’interazione tra condizioni personali e ambiente.
In ambito scolastico significa che non ci si chiede soltanto:
“Che cosa non riesce a fare questo alunno?”
ma anche:
“Quali condizioni gli permettono di funzionare meglio?”
“Quali barriere incontra nella classe, negli spazi, nei tempi, nelle relazioni?”
“Quali facilitatori possiamo attivare?”
Questa prospettiva è chiamata biopsicosociale perché tiene insieme dimensioni biologiche, psicologiche e sociali. Non cancella la diagnosi, ma impedisce di ridurre l’alunno alla diagnosi.
Un alunno, infatti, può mostrare difficoltà molto diverse a seconda del contesto. Può partecipare meglio in un ambiente prevedibile e strutturato, ma bloccarsi in una situazione rumorosa e confusa. Può riuscire a esprimere ciò che sa con un supporto visivo, ma faticare se deve rispondere solo oralmente e senza preparazione. Può essere autonomo in una routine conosciuta, ma andare in difficoltà quando cambia improvvisamente l’organizzazione della giornata.
Il PEI su base ICF aiuta a vedere proprio questo: non solo la difficoltà, ma il rapporto tra difficoltà, ambiente e possibilità di partecipazione.
Dal deficit al funzionamento
La differenza tra un PEI centrato sul deficit e un PEI su base ICF è molto concreta.
| PEI centrato sul deficit | PEI su base ICF |
|---|---|
| Parte soprattutto da ciò che l’alunno non sa fare | Parte anche da punti di forza, risorse e possibilità |
| Descrive limiti e difficoltà | Osserva funzionamento, contesto e partecipazione |
| Rischia di usare un linguaggio statico | Usa un linguaggio descrittivo e dinamico |
| Guarda prevalentemente all’alunno | Guarda al rapporto tra alunno e ambiente |
| Può portare a ridurre le richieste | Punta a rendere accessibile il percorso |
Dire che un alunno “non riesce a seguire la lezione” è poco utile se non si capisce in quali condizioni accade. Non segue perché la spiegazione è troppo lunga? Perché il linguaggio è troppo astratto? Perché l’aula è rumorosa? Perché non ha supporti visivi? Perché non comprende la consegna? Perché l’attività richiede troppi passaggi impliciti?
Il PEI su base ICF serve proprio a rendere queste domande visibili.
Questo cambio di prospettiva è importante perché porta la scuola a passare dal deficit alle potenzialità dell’alunno ed evita due errori opposti. Il primo è attribuire ogni difficoltà solo all’alunno, come se il problema fosse sempre dentro di lui. Il secondo è abbassare automaticamente le richieste, pensando che inclusione significhi chiedere sempre meno.
In realtà, progettare in modo inclusivo significa chiedersi quali condizioni rendono possibile la partecipazione. A volte serve semplificare. A volte serve anticipare. A volte serve modificare la modalità di verifica. A volte basta rendere più chiara una consegna, ridurre gli stimoli, organizzare meglio i passaggi o offrire un supporto visivo.
Perché il PEI non è solo burocrazia
Il PEI diventa burocrazia quando viene compilato per obbligo, copiando formule generiche, senza una vera osservazione dell’alunno e senza un confronto reale tra docenti, famiglia e servizi.
Diventa invece uno strumento educativo quando aiuta la scuola a prendere decisioni più chiare:
• quali obiettivi hanno senso per questo alunno;
• quali adattamenti sono necessari;
• quali strategie vanno condivise tra i docenti;
• quali barriere presenti nella scuola possono essere ridotte;
• quali facilitatori stanno funzionando;
• come monitorare i progressi;
• come mantenere un legame con il gruppo classe.
Un errore frequente è ridurre il PEI a una compilazione formale oppure delegarlo quasi interamente al docente di sostegno. Questa impostazione indebolisce il valore inclusivo del documento, perché l’inclusione non riguarda una sola figura professionale.
Il PEI non dovrebbe essere il documento “dell’insegnante di sostegno”. È il documento della scuola per progettare il percorso dell’alunno dentro la classe, dentro una visione di inclusione scolastica oltre la burocrazia.
Questo aspetto è decisivo. Se il PEI resta isolato, separato dalla programmazione, dalle attività quotidiane e dal lavoro dei docenti curricolari, rischia di diventare un documento corretto sul piano formale ma poco utile nella pratica. Se invece entra davvero nella vita della classe, può orientare scelte concrete: come spiegare, come verificare, come organizzare i tempi, come gestire le transizioni, come favorire la partecipazione e come evitare che l’alunno venga separato inutilmente dal gruppo.
Il ruolo del GLO
Per comprendere il ruolo del GLO nel PEI, bisogna partire da un punto essenziale: il PEI viene elaborato e verificato dal Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione. Il GLO opera a livello del singolo alunno con disabilità e coinvolge i docenti della classe, il docente di sostegno, la famiglia, gli specialisti e il dirigente scolastico o un suo delegato.
Il GLO redige, attua, aggiorna e verifica periodicamente il PEI. Il suo valore non sta solo nella riunione formale, ma nella possibilità di mettere insieme sguardi diversi.
| Figura coinvolta | Contributo principale |
|---|---|
| Docenti curricolari | Osservano l’alunno nelle discipline e nella vita ordinaria della classe |
| Docente di sostegno | Supporta la progettazione inclusiva e il raccordo tra bisogni e attività |
| Famiglia | Porta una conoscenza profonda della storia, delle abitudini e delle risorse dell’alunno |
| Specialisti | Offrono elementi utili sul funzionamento e sulle necessità specifiche |
| Dirigente o delegato | Garantisce cornice organizzativa, responsabilità e coerenza istituzionale |
| Studente, quando possibile | Può esprimere bisogni, preferenze, interessi e aspirazioni |
Il GLO funziona davvero quando non si limita a ratificare decisioni già prese, ma costruisce una visione condivisa.
Questo significa che ogni componente dovrebbe portare un contributo specifico. I docenti curricolari possono raccontare come l’alunno partecipa nelle diverse discipline, quali attività lo coinvolgono di più, in quali momenti emergono ostacoli e quali strategie funzionano nella vita quotidiana della classe. Il docente di sostegno può aiutare a tradurre queste osservazioni in progettazione educativa. La famiglia può offrire elementi preziosi sulle abitudini, sulle reazioni, sulle preferenze e sui bisogni dell’alunno. Gli specialisti possono contribuire a chiarire aspetti del funzionamento. Il dirigente, o un suo delegato, garantisce che il lavoro resti dentro una cornice organizzativa e istituzionale coerente.
Quando possibile, anche la voce dello studente è importante. Non sempre può essere raccolta nello stesso modo, ma ascoltare preferenze, bisogni, interessi e percezioni può rendere il PEI più aderente alla realtà.
Barriere e facilitatori nel PEI
Uno dei concetti più importanti del PEI su base ICF è la distinzione tra barriere e facilitatori.
Le barriere sono condizioni che ostacolano la partecipazione e l’apprendimento. I facilitatori sono condizioni che li rendono più accessibili.
| Tipo di elemento | Esempio |
|---|---|
| Barriera fisica | Aula poco accessibile, rumore eccessivo, spazi disorganizzati |
| Barriera comunicativa | Consegne troppo lunghe, linguaggio solo verbale, istruzioni implicite |
| Barriera organizzativa | Tempi rigidi, cambi improvvisi, assenza di routine prevedibili |
| Barriera relazionale | Isolamento, bassa aspettativa, rapporto difficile con i pari |
| Facilitatore didattico | Mappe, immagini, schemi, tecnologie, consegne graduate |
| Facilitatore relazionale | Compagni coinvolti, clima sereno, routine di aiuto non stigmatizzanti |
| Facilitatore organizzativo | Tempi distesi, anticipazioni, attività strutturate, passaggi chiari |
È utile osservare almeno tre dimensioni del contesto: fisica, organizzativa e relazionale. Questa distinzione impedisce di pensare all’inclusione solo come questione di strumenti didattici.
Una scuola può avere un buon PEI sulla carta, ma se l’alunno vive in un ambiente rumoroso, imprevedibile, isolante o poco accessibile, la partecipazione resta fragile.
Pensare in termini di barriere e facilitatori significa spostare la domanda. Non solo: “Che difficoltà ha l’alunno?”, ma anche: “Che cosa, nell’ambiente, rende questa difficoltà più pesante?” e “Che cosa possiamo modificare per rendere la partecipazione più possibile?”. È proprio qui che il tema delle barriere, facilitatori e partecipazione scolastica diventa decisivo.
Questo non vuol dire che tutto dipenda dalla scuola. Significa però riconoscere che il contesto conta. Conta il modo in cui vengono date le consegne. Conta la prevedibilità dei passaggi. Conta il clima relazionale. Conta la disposizione degli spazi. Conta la possibilità di usare strumenti compensativi o supporti visivi. Conta il modo in cui i compagni vengono coinvolti.
Le dimensioni del funzionamento
Il PEI su base ICF invita a osservare l’alunno in modo globale. Non basta guardare soltanto al rendimento scolastico. Bisogna considerare anche comunicazione, autonomia, relazione, partecipazione, apprendimento, motivazione e contesto.
In modo sintetico, le aree da osservare riguardano:
| Area | Che cosa aiuta a comprendere |
|---|---|
| Relazione e socializzazione | Come l’alunno entra in rapporto con adulti e compagni |
| Comunicazione | Come comprende, esprime bisogni, partecipa agli scambi |
| Autonomia | Come gestisce routine, materiali, tempi, spostamenti e richieste |
| Apprendimento | Come accede ai contenuti, quali strategie usa, quali ostacoli incontra |
| Partecipazione | Quanto è coinvolto nella vita della classe e della scuola |
Questa osservazione non deve trasformarsi in un elenco di mancanze. Il punto è costruire una fotografia dinamica: non “com’è l’alunno una volta per tutte”, ma “come funziona in determinate condizioni”.
Un alunno può avere una buona comprensione orale ma faticare nella produzione scritta. Può partecipare con interesse a un’attività pratica ma bloccarsi davanti a una verifica tradizionale. Può comunicare meglio in piccolo gruppo che davanti alla classe. Può essere più autonomo quando la routine è stabile e molto meno quando la giornata cambia senza preavviso.
Queste informazioni sono preziose perché permettono di progettare interventi più precisi. Un PEI efficace non si limita a dire che l’alunno “ha difficoltà”. Cerca di capire dove, quando, come e con quali condizioni queste difficoltà si manifestano.
PEI e partecipazione alla vita della classe
Un PEI efficace non dovrebbe creare automaticamente un percorso parallelo e isolato. Quando sono necessarie personalizzazioni significative, queste dovrebbero comunque mantenere, per quanto possibile, un legame con la vita della classe.
L’obiettivo del PEI è favorire la partecipazione dell’alunno al contesto scolastico, non costruire una scuola separata dentro la scuola.
Questo significa chiedersi:
• in quali attività l’alunno può lavorare insieme ai compagni;
• quali attività comuni possono essere rese accessibili;
• quali adattamenti mantengono un legame con il percorso della classe;
• quali momenti rischiano di produrre isolamento;
• quali ruoli può assumere nei lavori di gruppo;
• come evitare che il sostegno diventi separazione.
La vera domanda non è soltanto: “Che cosa deve fare l’alunno?”
La domanda più inclusiva è: “Come possiamo costruire condizioni perché partecipi in modo significativo?”
Partecipare non significa fare sempre la stessa identica cosa degli altri, nello stesso modo e con gli stessi tempi. Significa essere dentro un’esperienza scolastica condivisa, con un ruolo possibile, riconoscibile e dignitoso.
In alcuni casi l’alunno potrà lavorare sugli stessi contenuti della classe, con strumenti o tempi diversi. In altri casi potrà seguire obiettivi personalizzati, ma collegati al tema comune. In altri ancora potrà partecipare attraverso un compito operativo, un ruolo nel gruppo, un’attività pratica o una modalità comunicativa alternativa.
La questione centrale è evitare che la personalizzazione diventi isolamento.
Personalizzare non significa abbassare sempre
Uno degli equivoci più frequenti riguarda la personalizzazione. Personalizzare non significa automaticamente semplificare, ridurre o togliere. Significa adattare il percorso in modo coerente con il funzionamento dell’alunno.
A volte personalizzare vuol dire semplificare una consegna. A volte vuol dire usare immagini, mappe o strumenti digitali. A volte vuol dire modificare i tempi. A volte vuol dire cambiare la modalità di verifica. A volte vuol dire mantenere la stessa attività della classe, ma con un ruolo diverso.
| Non è vera personalizzazione | Personalizzazione più corretta |
|---|---|
| Eliminare sistematicamente le attività difficili | Rendere le attività accessibili con supporti adeguati |
| Dare sempre schede separate | Collegare il lavoro individuale al tema della classe |
| Abbassare ogni obiettivo | Distinguere tra obiettivi essenziali, adattamenti e modalità |
| Evitare tutte le prove orali | Gradualizzare l’esposizione e prepararla meglio |
| Sostituire la partecipazione con protezione | Accompagnare l’alunno dentro esperienze sostenibili |
Il PEI serve proprio a evitare decisioni casuali. La personalizzazione deve essere pensata, motivata e monitorata.
Non tutto ciò che è più facile è automaticamente più inclusivo. A volte una richiesta troppo abbassata protegge l’alunno nell’immediato, ma gli toglie occasioni di partecipazione, crescita e riconoscimento. Al contrario, una richiesta ben adattata può permettergli di restare dentro l’attività, sperimentare competenza e costruire progressivamente nuove autonomie.
La personalizzazione, quindi, non è una rinuncia. È una mediazione progettata tra ciò che la classe sta facendo, ciò che l’alunno può affrontare e le condizioni che gli permettono di partecipare.
PEI, progetto di vita e continuità
Il PEI non riguarda solo l’anno scolastico in senso stretto. È collegato a un orizzonte più ampio: la crescita dell’alunno, l’autonomia, la partecipazione sociale, il passaggio tra ordini di scuola e, progressivamente, il progetto di vita.
Il PEI contemporaneo non va inteso come uno strumento clinico, ma come parte di un progetto educativo più ampio che tiene conto di esperienze, relazioni, aspirazioni e potenzialità dell’alunno.
Questo aspetto è fondamentale soprattutto nella scuola secondaria, dove la progettazione non può limitarsi alla gestione del presente. Bisogna iniziare a chiedersi quali autonomie costruire, quali competenze rafforzare, quali contesti rendere accessibili e quali passaggi preparare.
Il PEI, quindi, è anche uno strumento di continuità. Aiuta la scuola a non ricominciare ogni anno da zero.
Quando il documento è costruito bene, conserva memoria del percorso. Permette di capire quali strategie hanno funzionato, quali adattamenti non sono stati efficaci, quali progressi sono emersi e quali aspetti richiedono ancora attenzione. Questo è importante nei passaggi di classe, nei cambi di ordine scolastico, nell’ingresso di nuovi docenti e nei momenti di transizione.
La continuità non significa ripetere sempre le stesse cose. Significa non perdere ciò che si è imparato sull’alunno e usare quelle informazioni per progettare meglio il passo successivo.
Tre esempi pratici
Esempio 1: il problema non è solo l’attenzione
Un alunno sembra non seguire mai le spiegazioni lunghe. Una lettura superficiale potrebbe dire: “non è attento”.
Una lettura in chiave ICF chiede invece: quando perde il filo? Con quali docenti? In quali momenti della giornata? Migliora se la spiegazione è divisa in passaggi? Usa meglio le immagini? Riesce a partecipare se ha una traccia scritta?
Il PEI può aiutare a trasformare un’etichetta generica in una progettazione più utile. Non basta dire che l’alunno è disattento. Bisogna capire quali condizioni rendono più difficile o più possibile la sua partecipazione.
Esempio 2: la barriera è organizzativa
Una studentessa va in crisi nei cambi d’aula e nei passaggi tra attività. Il problema non è soltanto individuale. Può esserci una barriera organizzativa: tempi troppo rapidi, istruzioni date all’ultimo momento, spostamenti confusi, assenza di anticipazione.
Un facilitatore potrebbe essere una routine più prevedibile, una breve anticipazione, un compagno di riferimento, una scansione visiva della mattinata.
In questo caso il PEI non serve solo a descrivere la difficoltà della studentessa. Serve a progettare un contesto più leggibile e sostenibile.
Esempio 3: l’adattamento collega, non separa
Durante una lezione di scienze, la classe lavora su un esperimento. Un alunno non riesce a compilare la relazione scritta completa. Invece di assegnargli un’attività scollegata, si può prevedere un ruolo nel gruppo, una tabella semplificata, immagini da ordinare o una breve spiegazione orale guidata.
L’obiettivo resta la partecipazione all’esperienza comune, con una modalità accessibile.
Questo esempio mostra bene il senso della personalizzazione: non isolare, ma creare un ponte tra il percorso dell’alunno e quello della classe.
Errori da evitare
Un PEI efficace richiede attenzione, confronto e aggiornamento. Alcuni errori possono indebolirlo e trasformarlo in un documento poco utile nella pratica quotidiana.
| Errore | Perché indebolisce il PEI |
|---|---|
| Compilare formule generiche | Il documento non guida davvero l’azione didattica |
| Copiare da modelli precedenti | Si perde il legame con l’alunno reale |
| Delegare tutto al docente di sostegno | L’inclusione diventa compito di una sola figura |
| Descrivere solo ciò che manca | Si oscurano risorse e potenzialità |
| Ignorare barriere e facilitatori | Si guarda solo all’alunno e non al contesto |
| Non aggiornare il documento | Il PEI resta fermo mentre l’alunno cambia |
| Confondere semplificazione e inclusione | Si rischia di proteggere l’alunno togliendo esperienze |
Il problema non è solo formale. Un PEI generico produce spesso interventi generici. Un PEI copiato da un anno all’altro rischia di non vedere i cambiamenti dell’alunno. Un PEI delegato solo al sostegno indebolisce la responsabilità collegiale. Un PEI centrato solo sulle mancanze può far perdere di vista risorse, interessi e possibilità.
Per questo il documento dovrebbe essere scritto con un linguaggio chiaro, concreto e verificabile. Non servono formule perfette se poi non aiutano la scuola a capire che cosa fare. Servono osservazioni utili, obiettivi coerenti, strategie condivise e criteri di monitoraggio.
FAQ
Che cos’è il nuovo PEI su base ICF?
È il Piano Educativo Individualizzato costruito secondo una prospettiva ispirata all’ICF, cioè attenta al funzionamento dell’alunno nel rapporto con il contesto. Non guarda solo alla diagnosi, ma anche a risorse, barriere, facilitatori, partecipazione e obiettivi educativi.
Il PEI riguarda tutti gli alunni con BES?
No. Il PEI riguarda gli alunni con disabilità certificata. Per altri bisogni educativi, come DSA o altri BES, possono essere previsti strumenti diversi, come il PDP, quando necessario.
Perché il PEI non è solo burocrazia?
Perché, se costruito bene, aiuta la scuola a progettare interventi coerenti, condivisi e monitorabili. Diventa burocrazia solo quando viene compilato in modo generico, senza osservazione reale e senza confronto tra le figure coinvolte.
Che ruolo ha il GLO nel PEI?
Il GLO redige, aggiorna e verifica il PEI. Coinvolge scuola, famiglia, specialisti e, quando possibile, anche lo studente. È il luogo in cui si costruisce una visione condivisa del percorso educativo.
Che cosa sono barriere e facilitatori nel PEI?
Le barriere sono condizioni che ostacolano apprendimento e partecipazione. I facilitatori sono condizioni che li favoriscono. Possono riguardare spazi, tempi, strumenti, relazioni, organizzazione e modalità didattiche.
Personalizzare significa abbassare gli obiettivi?
Non necessariamente. Personalizzare significa adattare modalità, strumenti, tempi e percorsi in base al funzionamento dell’alunno. In alcuni casi può esserci una riduzione degli obiettivi, ma non deve essere una scelta automatica.
Il PEI deve essere aggiornato durante l’anno?
Sì. Il PEI deve essere monitorato e rivisto quando necessario. Un documento inclusivo non resta fermo: segue l’evoluzione dell’alunno e permette alla scuola di correggere il percorso.
Conclusione
Il nuovo PEI su base ICF non dovrebbe essere letto come un ulteriore carico burocratico, ma come un’occasione per progettare meglio l’inclusione scolastica.
La sua utilità dipende dal modo in cui viene costruito. Se resta una compilazione formale, rischia di pesare sul lavoro dei docenti senza incidere davvero sulla vita dell’alunno. Se invece nasce da osservazioni concrete, confronto tra le figure coinvolte e attenzione al contesto, può diventare uno strumento prezioso.
Il PEI aiuta la scuola a guardare l’alunno non solo attraverso la diagnosi, ma attraverso il suo funzionamento reale. Aiuta a distinguere difficoltà, risorse, barriere e facilitatori. Aiuta a progettare obiettivi più coerenti, strategie più condivise e modalità di partecipazione più sostenibili.
In fondo, il cuore del PEI su base ICF è proprio questo: non chiedersi soltanto che cosa manca all’alunno, ma quali condizioni possono permettergli di apprendere, partecipare e crescere dentro la comunità scolastica.
Bibliografia essenziale
• Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto Ministeriale n. 153 del 1° agosto 2023, aggiornamento del modello nazionale di PEI e delle relative linee guida.
• Ministero dell’Istruzione e del Merito, pagina istituzionale dedicata agli alunni con disabilità e ai modelli di PEI.
• Organizzazione Mondiale della Sanità, International Classification of Functioning, Disability and Health, ICF.
• Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 66, Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità.
• Legge 5 febbraio 1992, n. 104, Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
• Cottini, L., Didattica speciale e inclusione scolastica, Carocci.
• Ianes, D., Cramerotti, S., Il nuovo PEI su base ICF, Erickson.
I contenuti pubblicati in questa sezione hanno finalità divulgative e di supporto allo studio. Si tratta di rielaborazioni originali basate su fonti pubbliche, scientifiche e accademiche e non sostituiscono documenti ufficiali, materiali didattici istituzionali o programmi di studio.
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