Introduzione
Manuali Sapere Quotidiano per il mondo scuola
Tre volumi pensati per docenti, aspiranti insegnanti e candidati ai concorsi: strumenti pratici per gestire la classe reale, progettare didattica inclusiva e prepararsi con metodo.
DOP
Una guida pratica per gestire rifiuti, provocazioni ed esplosioni emotive senza perdere la guida educativa della classe.
Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDF
Il Docente Inclusivo
Un manuale operativo per leggere la classe reale, progettare lezioni accessibili e trasformare PEI, PDP e UDA in azioni concrete.
Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDF
Competenze Psicopedagogiche
Contenuti pubblicati su Sapere Quotidiano, selezionati e riorganizzati per un ripasso chiaro e sistematico.
Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDFQuando si parla di inclusione scolastica, il primo pensiero va spesso all’accesso alla classe comune: l’alunno è presente, frequenta le lezioni, partecipa formalmente al percorso scolastico. Ma la presenza fisica, da sola, non basta per dire che uno studente sia davvero incluso.
Un alunno può essere seduto in aula ogni giorno e, allo stesso tempo, restare ai margini della vita della classe. Può ascoltare la spiegazione senza riuscire a intervenire. Può svolgere attività diverse dai compagni, senza un reale legame con il percorso comune. Può essere “dentro” lo spazio scolastico, ma sentirsi fuori dal gruppo, dalle relazioni e dalle esperienze significative.
È qui che entra in gioco il concetto di partecipazione scolastica. L’inclusione non si misura soltanto con la collocazione dell’alunno in una classe, ma con la possibilità concreta di prendere parte alla vita scolastica: apprendere, comunicare, scegliere, collaborare, essere riconosciuto e contribuire secondo le proprie possibilità.
Una scuola realmente inclusiva non crea percorsi paralleli che isolano gli studenti più fragili, ma adatta strategie, metodologie, strumenti e contesti affinché l’intera classe possa crescere insieme. La domanda decisiva, quindi, non è solo: “L’alunno è presente?”, ma: “L’alunno partecipa davvero alla vita della classe?”.
Che cosa significa partecipare a scuola
Partecipare a scuola non significa semplicemente “fare tutto come gli altri”. Non significa nemmeno intervenire sempre, parlare molto o ottenere gli stessi risultati nello stesso modo. La partecipazione è qualcosa di più profondo: riguarda il modo in cui lo studente entra nelle attività, nelle relazioni, nelle routine e nelle decisioni che compongono la vita scolastica.
Uno studente partecipa quando può comprendere ciò che accade, quando ha un ruolo riconoscibile, quando può esprimere qualcosa di sé, quando riceve aiuti adeguati senza essere isolato e quando il gruppo lo considera parte della classe, non un corpo estraneo.
In questo senso, la partecipazione scolastica comprende diverse dimensioni:
| Dimensione | Che cosa significa |
|---|---|
| Didattica | L’alunno può accedere alle attività di apprendimento, anche con modalità adattate. |
| Relazionale | L’alunno può costruire rapporti con compagni e adulti. |
| Organizzativa | L’alunno comprende tempi, regole, passaggi e routine della vita scolastica. |
| Identitaria | L’alunno si sente riconosciuto come persona, non ridotto alla sua difficoltà. |
Questa distinzione è importante perché aiuta a evitare un errore frequente: pensare che basti collocare lo studente nel gruppo classe per garantire inclusione. In realtà, la partecipazione va costruita ogni giorno attraverso scelte didattiche, relazionali e organizzative.
Presenza e partecipazione non sono la stessa cosa
La presenza è un dato visibile: l’alunno è in aula, segue l’orario, compare nel registro, partecipa alle lezioni. La partecipazione, invece, richiede uno sguardo più attento. Non sempre si vede subito.
Uno studente può essere formalmente presente ma non realmente coinvolto. Può stare in classe senza comprendere le consegne, senza avere occasioni di collaborazione, senza poter mostrare le proprie competenze. Oppure può essere incluso in alcune attività, ma escluso da altre: presente nelle lezioni frontali, ma fuori dai lavori di gruppo; presente nei momenti ordinari, ma separato durante verifiche, uscite, laboratori o attività pratiche.
La differenza può essere riassunta così:
| Presenza formale | Partecipazione reale |
|---|---|
| L’alunno è fisicamente in classe. | L’alunno prende parte alla vita della classe. |
| Svolge attività separate. | Lavora dentro una cornice comune, anche con adattamenti. |
| Riceve aiuto solo individuale. | Riceve supporti che favoriscono anche il legame con il gruppo. |
| È destinatario di interventi. | È soggetto attivo del proprio percorso. |
| Viene “gestito”. | Viene coinvolto. |
| La classe lo tollera. | La classe lo riconosce come parte del gruppo. |
Questa differenza è decisiva. Una scuola può rispettare formalmente l’obbligo di accogliere tutti, ma non riuscire ancora a costruire condizioni di partecipazione autentica. È proprio qui che si gioca la qualità dell’inclusione, cioè nel passaggio da inserimento e partecipazione.
Il rischio delle micro-esclusioni
Una delle forme più delicate di mancata partecipazione è la micro-esclusione. Non si tratta sempre di esclusioni evidenti o intenzionali. Spesso sono piccoli automatismi quotidiani, apparentemente innocui, che però comunicano allo studente un messaggio preciso: “Tu sei qui, ma non fai davvero parte di questa esperienza”.
Può accadere quando un alunno viene sistematicamente fatto uscire dall’aula durante le attività più complesse. Oppure quando riceve sempre compiti totalmente diversi, senza alcun collegamento con quello che fanno i compagni. Può accadere quando non viene mai coinvolto nelle decisioni, nei gruppi, nelle conversazioni, nelle attività cooperative. O quando il docente si rivolge sempre all’adulto di supporto invece che direttamente a lui.
Le micro-esclusioni sono pericolose perché, prese singolarmente, non sembrano gravi. Tuttavia, ripetute nel tempo, costruiscono una distanza. L’alunno impara che alcune esperienze non sono per lui, che il suo posto è laterale, che il gruppo procede mentre lui viene accompagnato altrove.
| Situazione | Perché può diventare escludente | Alternativa più inclusiva |
|---|---|---|
| L’alunno lavora sempre fuori dall’aula. | Perde il legame con il gruppo. | Prevedere momenti fuori solo quando necessari e mantenere attività comuni. |
| Riceve sempre schede diverse. | Il suo lavoro appare scollegato dal percorso della classe. | Adattare il compito mantenendo lo stesso tema o obiettivo generale. |
| Non partecipa mai ai lavori di gruppo. | Viene escluso dalla dimensione sociale dell’apprendimento. | Assegnare ruoli sostenibili e chiari dentro il gruppo. |
| Si parla di lui solo con l’adulto di supporto. | La sua voce viene sostituita. | Rivolgersi anche direttamente allo studente, con modalità adeguate. |
| Viene dispensato da troppe attività. | Perde occasioni di esperienza e crescita. | Valutare quali attività adattare, non eliminare automaticamente. |
Naturalmente, non ogni uscita dall’aula è sbagliata. Non ogni adattamento è esclusione. Il problema nasce quando la separazione diventa la risposta abituale, automatica e non più interrogata: è qui che il rischio di una inclusione scolastica senza pratiche concrete diventa più evidente.
Barriere e facilitatori: il contesto conta
Per capire la partecipazione scolastica è utile ragionare in termini di barriere e facilitatori. Una difficoltà non dipende soltanto dalle caratteristiche individuali dello studente, ma anche da come è organizzato l’ambiente intorno a lui.
Il modello ICF, alla base anche del PEI su base ICF, ha contribuito a rafforzare questa prospettiva: la partecipazione non riguarda solo la condizione personale, ma anche i fattori contestuali. Barriere architettoniche, organizzative, comunicative e relazionali possono limitare la partecipazione; strumenti adeguati, supporto dei compagni e atteggiamenti inclusivi possono invece facilitarla.
Una barriera può essere fisica, come uno spazio non accessibile. Ma può essere anche organizzativa, quando i tempi sono troppo rigidi, le consegne troppo implicite, i passaggi troppo rapidi. Oppure relazionale, quando il gruppo non è preparato ad accogliere differenze nei ritmi, nei modi di comunicare o nelle modalità di apprendimento.
Un facilitatore, invece, è tutto ciò che rende possibile una partecipazione più piena. Può essere un supporto visivo, una consegna più chiara, un compagno tutor, una routine prevedibile, un clima non giudicante, una valutazione che permette allo studente di mostrare ciò che sa in modi diversi.
| Tipo di barriera | Esempio |
|---|---|
| Fisica | Aula poco accessibile, spazi rumorosi, banchi disposti in modo rigido. |
| Comunicativa | Consegne troppo lunghe, linguaggio implicito, spiegazioni solo verbali. |
| Organizzativa | Cambi improvvisi, tempi troppo stretti, assenza di routine chiare. |
| Didattica | Un solo modo di spiegare, verificare o partecipare. |
| Relazionale | Isolamento, pregiudizi, bassa aspettativa, derisione. |
| Valutativa | Prove che misurano più la modalità di risposta che la competenza reale. |
Questo punto è centrale: la partecipazione non dipende solo dalla “buona volontà” dello studente. Dipende anche dalla qualità delle condizioni che la scuola costruisce.
La partecipazione non è fare tutti la stessa cosa
Un altro equivoco frequente è pensare che partecipare significhi svolgere esattamente la stessa attività, nello stesso modo, con gli stessi tempi e gli stessi risultati dei compagni. Questa idea, apparentemente equa, rischia di diventare ingiusta.
La partecipazione reale richiede una cornice comune, ma può prevedere modalità diverse. Un alunno può lavorare sullo stesso argomento della classe usando materiali semplificati. Può partecipare a un’attività di gruppo con un ruolo adatto alle sue capacità. Può dimostrare una competenza attraverso un’esposizione orale anziché una prova scritta, quando questo è coerente con il suo percorso.
Il punto non è uniformare tutto, ma mantenere un legame significativo con l’esperienza comune.
| Non inclusivo | Inclusivo |
|---|---|
| Tutti fanno la stessa cosa, anche se qualcuno resta escluso di fatto. | Tutti lavorano dentro una cornice comune, con accessi diversi. |
| L’alunno fragile fa sempre altro. | L’alunno fragile partecipa allo stesso tema con mediazioni adeguate. |
| L’adattamento isola. | L’adattamento collega. |
| La diversità viene nascosta. | La diversità viene gestita con naturalezza e rispetto. |
Questo equilibrio è delicato. Da una parte bisogna evitare la finta uguaglianza, cioè trattare tutti allo stesso modo ignorando bisogni diversi. Dall’altra bisogna evitare la separazione sistematica, che trasforma la personalizzazione in isolamento.
Partecipazione e appartenenza al gruppo classe
La partecipazione non riguarda solo l’apprendimento, ma anche il senso di appartenenza. Uno studente incluso non è soltanto uno studente che riceve strumenti adeguati: è uno studente che sente di avere un posto nel gruppo.
Questo aspetto è particolarmente importante nella scuola secondaria, dove lo sguardo dei pari pesa molto. Essere sempre separati, sempre aiutati in modo visibile, sempre trattati come eccezione può incidere sull’autostima e sul modo in cui i compagni percepiscono quello studente. Il tema del legame con il gruppo classe resta centrale anche nei contesti particolari, come la scuola in ospedale e istruzione domiciliare.
La classe, però, non diventa inclusiva spontaneamente. Ha bisogno di una guida adulta. Il docente deve costruire condizioni in cui la diversità non diventi motivo di distanza, ma parte normale dell’esperienza comune.
Questo non significa fare ogni giorno discorsi astratti sull’accoglienza. Significa curare le routine: come si formano i gruppi, come si distribuiscono i ruoli, come si commentano gli errori, come si gestisce chi ha bisogno di più tempo, come si reagisce davanti a una difficoltà.
La classe può diventare un vero laboratorio di partecipazione, in cui la diversità non è un ostacolo da nascondere, ma un elemento da gestire con responsabilità, rispetto e intelligenza educativa.
Il ruolo dell’insegnante: rendere possibile la partecipazione
L’insegnante non può garantire da solo tutto il percorso inclusivo, ma può fare molto per trasformare la presenza in partecipazione. Il primo passo è cambiare domanda: non solo “questo alunno riesce o non riesce?”, ma “quali condizioni gli permettono di entrare nell’attività?”.
Questa domanda sposta l’attenzione dalla mancanza alla possibilità. Non elimina la difficoltà, ma impedisce di fermarsi alla diagnosi, all’etichetta o al rendimento immediato.
L’insegnante può favorire la partecipazione quando:
- chiarisce il senso dell’attività;
- rende espliciti i passaggi;
- offre più canali di accesso;
- assegna ruoli sostenibili nei lavori di gruppo;
- evita separazioni non necessarie;
- valorizza contributi diversi;
- protegge l’alunno dall’esposizione umiliante;
- mantiene aspettative realistiche ma non rinunciatarie.
Favorire la partecipazione non significa semplificare tutto o abbassare sempre le richieste. Significa costruire condizioni più leggibili, accessibili e sostenibili, in modo che lo studente possa entrare davvero nell’esperienza scolastica.
La partecipazione nelle attività didattiche
La partecipazione didattica si costruisce soprattutto durante le attività ordinarie. Non bisogna aspettare il progetto speciale, il laboratorio straordinario o la giornata dedicata all’inclusione. La vera inclusione si vede nella spiegazione del martedì, nella verifica, nel lavoro a coppie, nella correzione, nella discussione in classe.
Una domanda utile per il docente è: in questa attività, quale spazio reale ha ogni studente per entrare nel lavoro?
Se la lezione prevede solo ascolto passivo, scrittura veloce e verifica standardizzata, alcuni alunni rischiano di restare fuori. Se invece l’attività prevede spiegazioni chiare, esempi, momenti di rielaborazione, confronto tra pari e possibilità di mostrare ciò che si è capito in modi diversi, la partecipazione aumenta.
Questo non significa trasformare ogni lezione in un laboratorio complesso. A volte bastano accorgimenti semplici:
| Situazione didattica | Possibile adattamento inclusivo |
|---|---|
| Spiegazione frontale | Anticipare parole chiave e passaggi principali. |
| Consegna scritta lunga | Dividerla in fasi brevi. |
| Lavoro di gruppo | Assegnare ruoli chiari e non casuali. |
| Verifica | Chiarire criteri e modalità in anticipo. |
| Discussione orale | Dare tempo di preparare un intervento. |
| Correzione collettiva | Evitare esposizioni svalutanti dell’errore. |
La qualità inclusiva di una lezione non dipende dalla quantità di strumenti usati, ma dalla possibilità concreta che offre agli studenti di entrare nel compito.
Partecipazione e valutazione: attenzione a cosa misuriamo
Anche la valutazione può favorire o ostacolare la partecipazione. Se una prova misura solo rapidità, memoria immediata o capacità di scrittura sotto pressione, rischia di non mostrare davvero ciò che lo studente sa. In alcuni casi, la barriera non è il contenuto disciplinare, ma il modo in cui viene chiesto di restituirlo.
Questo non significa rinunciare alla valutazione o renderla vaga. Significa chiedersi se la modalità scelta permette allo studente di mostrare le competenze in modo attendibile.
Una valutazione inclusiva non abbassa automaticamente le richieste. Cerca piuttosto di rendere più chiaro il rapporto tra obiettivo, prova e modalità di risposta.
Per esempio, se l’obiettivo è verificare la comprensione di un fenomeno storico, può essere utile chiedersi se sia indispensabile una lunga produzione scritta oppure se, per alcuni studenti, una mappa spiegata oralmente possa mostrare meglio la comprensione. Se l’obiettivo è valutare un ragionamento matematico, bisogna distinguere l’errore di calcolo dalla comprensione del procedimento.
La partecipazione alla valutazione significa anche questo: non subire prove percepite come muri, ma poter entrare nel processo valutativo comprendendo cosa viene richiesto e perché.
Partecipazione non significa assenza di fatica
Un articolo sull’inclusione rischia sempre di essere frainteso: partecipazione non significa eliminare ogni difficoltà. La scuola non deve costruire un ambiente privo di sfide. Deve costruire un ambiente in cui la sfida sia accessibile, sensata e accompagnata.
Uno studente partecipa davvero quando può affrontare una richiesta impegnativa senza essere lasciato solo e senza essere escluso in partenza. La fatica fa parte dell’apprendimento. Il problema nasce quando la fatica diventa sproporzionata, invisibile o umiliante.
| Fatica utile | Fatica escludente |
|---|---|
| Richiede impegno ma è affrontabile. | Supera le possibilità attuali dello studente. |
| È accompagnata da supporti. | È vissuta in solitudine. |
| Porta a un progresso. | Produce blocco o rinuncia. |
| È riconosciuta dal docente. | Viene interpretata come svogliatezza. |
| Mantiene il legame con la classe. | Isola lo studente. |
L’inclusione non toglie valore all’impegno. Al contrario, permette a più studenti di impegnarsi davvero, perché riduce gli ostacoli inutili e mantiene quelli educativamente significativi.
Come capire se uno studente partecipa davvero
La partecipazione non si valuta solo guardando se l’alunno è tranquillo, seduto o silenzioso. A volte uno studente apparentemente “gestito” è in realtà poco coinvolto. Al contrario, uno studente che chiede, si muove, prova, sbaglia e cerca un ruolo può essere più partecipe di quanto sembri.
Alcune domande aiutano a osservare meglio:
| Domanda | Perché è utile |
|---|---|
| L’alunno comprende cosa sta facendo la classe? | Evita una presenza solo passiva. |
| Ha un ruolo, anche piccolo, nelle attività comuni? | Misura il grado di coinvolgimento. |
| Interagisce con almeno alcuni compagni? | Osserva la dimensione relazionale. |
| Può mostrare ciò che sa in qualche modo? | Verifica l’accesso reale all’apprendimento. |
| Gli adattamenti lo collegano o lo separano dal gruppo? | Distingue personalizzazione e isolamento. |
| La classe lo riconosce come parte del gruppo? | Guarda il senso di appartenenza. |
Queste domande non sono una checklist rigida, ma una bussola di lettura. Servono a spostare l’attenzione dalla semplice presenza alla qualità dell’esperienza scolastica.
Esempi pratici
Presente in aula, ma fuori dal lavoro comune
Durante una lezione di storia, la classe lavora su una fonte scritta. Un alunno con difficoltà di comprensione riceve una scheda completamente diversa, senza collegamento con l’attività dei compagni. Formalmente è in classe, ma il suo lavoro non dialoga con quello del gruppo.
Una soluzione più inclusiva potrebbe essere mantenere lo stesso tema, ridurre il testo, evidenziare parole chiave e assegnargli un compito sostenibile: individuare immagini, date, personaggi o concetti principali. In questo modo l’attività è adattata, ma non separata.
Lavoro di gruppo senza ruolo reale
In un’attività cooperativa, uno studente fragile viene inserito in un gruppo, ma i compagni fanno tutto al suo posto. Lui resta seduto, osserva, firma il cartellone finale. Apparentemente ha partecipato, ma in realtà non ha avuto un ruolo.
Per rendere la partecipazione più vera, il docente può assegnare un compito chiaro: scegliere immagini, leggere una breve frase, controllare una lista, presentare una parte preparata, organizzare materiali. Il ruolo deve essere semplice ma reale.
Verifica uguale per tutti, competenza invisibile
Una studentessa conosce l’argomento, ma fatica molto nella produzione scritta. Nella verifica ottiene un risultato basso perché non riesce a organizzare il testo, non perché non abbia compreso i contenuti.
In questo caso, se coerente con il percorso, si può prevedere una modalità che consenta di distinguere la competenza disciplinare dalla difficoltà espressiva: scaletta guidata, mappa, interrogazione integrativa, domande più strutturate. Non si tratta di “favorire”, ma di misurare meglio.
Cosa può fare la scuola senza trasformare tutto in burocrazia
La partecipazione scolastica non dipende solo dai documenti. PEI, PDP, Piano per l’Inclusione e altri strumenti possono essere importanti, soprattutto quando si osservano bisogni educativi non certificati, ma non sostituiscono la qualità delle pratiche quotidiane.
Una scuola favorisce la partecipazione quando condivide una cultura comune. Questo significa che i docenti non agiscono in modo isolato, ma si confrontano su ciò che funziona, su ciò che crea ostacolo, su quali routine favoriscono l’ingresso di tutti nelle attività.
Il Piano per l’Inclusione, per esempio, può aiutare la scuola a ragionare sulle proprie barriere e sui propri facilitatori a livello d’istituto. Tuttavia, il rischio è che tutto resti sulla carta. La domanda decisiva è sempre: ciò che scriviamo nei documenti modifica davvero l’esperienza degli studenti?
L’inclusione diventa reale quando le scelte organizzative e didattiche incidono sulla vita quotidiana della classe: sui tempi, sugli spazi, sulle attività, sui gruppi, sulle valutazioni, sulle relazioni e sul modo in cui ogni studente viene riconosciuto.
Gli errori da evitare
Per costruire partecipazione reale, è utile riconoscere alcuni errori frequenti.
| Errore | Perché ostacola l’inclusione |
|---|---|
| Pensare che basti stare in classe. | La presenza non garantisce coinvolgimento. |
| Separare sempre per “semplificare”. | L’alunno perde appartenenza al gruppo. |
| Aiutare troppo. | Lo studente non costruisce autonomia. |
| Non assegnare ruoli nei gruppi. | La partecipazione resta solo apparente. |
| Parlare dell’alunno senza coinvolgerlo. | Si riduce la sua voce. |
| Confondere uguaglianza e uniformità. | Trattare tutti allo stesso modo può creare esclusione. |
| Abbassare le aspettative. | L’alunno viene protetto, ma non fatto crescere. |
| Delegare tutto al sostegno. | L’inclusione diventa compito di una sola figura. |
Il punto non è evitare ogni errore, ma imparare a riconoscerlo. Una scuola inclusiva non è una scuola perfetta: è una scuola che si interroga sulle proprie pratiche e prova a correggere ciò che produce esclusione.
FAQ
Che cosa significa partecipazione scolastica?
La partecipazione scolastica indica la possibilità per uno studente di prendere parte in modo reale alla vita della scuola: attività didattiche, relazioni, routine, lavori di gruppo, valutazioni e momenti di classe. Non coincide con la sola presenza fisica in aula.
Qual è la differenza tra presenza e partecipazione?
La presenza significa che l’alunno è fisicamente in classe. La partecipazione significa che può entrare nelle attività, comprendere ciò che accade, avere un ruolo, interagire con i compagni e mostrare le proprie competenze.
Uno studente può essere incluso anche se svolge attività adattate?
Sì. L’adattamento non è un problema se mantiene un legame con il percorso comune della classe. Diventa rischioso quando produce isolamento stabile o attività completamente scollegate.
Le uscite dall’aula sono sempre sbagliate?
No. In alcuni casi possono essere utili o necessarie. Diventano problematiche quando sono automatiche, frequenti e non collegate a un progetto di rientro, perché possono ridurre appartenenza e partecipazione.
Che cosa sono le barriere alla partecipazione?
Sono ostacoli che limitano la possibilità dello studente di partecipare: spazi non accessibili, consegne poco chiare, tempi rigidi, relazioni difficili, pregiudizi, valutazioni non coerenti con gli obiettivi.
Che cosa sono i facilitatori?
Sono condizioni che aiutano la partecipazione: strumenti accessibili, compagni coinvolti, routine chiare, materiali adattati, clima non giudicante, atteggiamenti inclusivi degli adulti.
La partecipazione riguarda solo gli alunni con disabilità?
No. Riguarda tutti gli studenti. Ogni alunno può incontrare barriere alla partecipazione, anche temporanee, legate a lingua, contesto sociale, fragilità emotive, difficoltà di apprendimento o clima di classe.
Conclusione
La vera inclusione scolastica non coincide con la semplice presenza in classe. Essere seduti nello stesso spazio non significa necessariamente partecipare alla stessa esperienza. Uno studente è realmente incluso quando può entrare nelle attività, comprendere ciò che accade, avere un ruolo, costruire relazioni, mostrare ciò che sa e sentirsi parte del gruppo.
Per questo la partecipazione scolastica è una chiave decisiva per leggere la qualità dell’inclusione. Aiuta a superare una visione solo formale dell’accoglienza e invita la scuola a interrogarsi sulle condizioni concrete che offre agli studenti: barriere, facilitatori, routine, adattamenti, ruoli, valutazioni e relazioni.
Una scuola inclusiva non è quella che elimina ogni differenza o ogni fatica. È quella che costruisce contesti in cui ciascuno possa affrontare le richieste scolastiche con strumenti adeguati, senza essere isolato, svalutato o lasciato ai margini. In questo senso, partecipare non significa fare tutti la stessa cosa, ma prendere parte a un’esperienza comune in modo significativo, riconosciuto e possibile.
Bibliografia essenziale
- Organizzazione Mondiale della Sanità, ICF: International Classification of Functioning, Disability and Health, 2001.
- UNESCO, Guidelines for Inclusion: Ensuring Access to Education for All, 2005.
- UNESCO, A guide for ensuring inclusion and equity in education, 2017.
- Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, 2006.
- Legge 5 febbraio 1992, n. 104, Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
- Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 66, Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità.
- Cottini, L., Didattica speciale e inclusione scolastica, Carocci.
- Ianes, D., Cramerotti, S., Il nuovo PEI su base ICF, Erickson.
I contenuti pubblicati in questa sezione hanno finalità divulgative e di supporto allo studio. Si tratta di rielaborazioni originali basate su fonti pubbliche, scientifiche e accademiche e non sostituiscono documenti ufficiali, materiali didattici istituzionali o programmi di studio.
Per ulteriori informazioni e dettagli sulle condizioni di utilizzo dei contenuti si invita a consultare il disclaimer completo del sito.
Entra nel canale Telegram


