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Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDFQuando un alunno manifesta difficoltà persistenti nell’apprendimento, nella comunicazione, nella partecipazione o nella gestione della vita scolastica, la scuola e i servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza possono contribuire allo stesso percorso. Lo fanno, però, con compiti e responsabilità differenti.
La scuola osserva l’alunno nel contesto educativo, descrive ciò che accade durante le attività e organizza gli interventi didattici. I professionisti sanitari svolgono le valutazioni cliniche e definiscono gli eventuali percorsi terapeutici, abilitativi o riabilitativi. La famiglia conosce la storia del bambino o del ragazzo e permette di collegare le informazioni provenienti dai diversi contesti.
La collaborazione è realmente utile quando queste prospettive rimangono distinte, ma riescono a comunicare in modo chiaro e continuativo.
Scuola, famiglia e servizi: prospettive diverse sullo stesso alunno
La scuola vede l’alunno mentre affronta compiti, regole, relazioni con i compagni, richieste degli adulti e cambiamenti della routine. Può quindi descrivere come partecipa, quali attività svolge con maggiore autonomia, quando incontra difficoltà e quali condizioni sembrano aiutarlo.
I servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza osservano la situazione attraverso strumenti e competenze cliniche. Possono effettuare una valutazione diagnostica multidisciplinare, definire un programma terapeutico o riabilitativo e verificarne l’andamento nel tempo. Tra i loro compiti rientrano anche il sostegno alla famiglia e la collaborazione con le istituzioni scolastiche, nei casi e secondo le modalità previste.
La famiglia conosce la storia personale dell’alunno, il suo comportamento fuori dalla scuola, gli eventuali cambiamenti recenti e le precedenti esperienze con professionisti e servizi. Non è quindi un semplice tramite incaricato di consegnare documenti, ma una parte attiva del percorso.
In sintesi:
- La scuola offre una prospettiva educativa e didattica: osserva l’alunno nei contesti scolastici, progetta gli interventi e verifica partecipazione e apprendimento.
- La neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza offre una prospettiva clinica e sanitaria: valuta la situazione, formula eventuali diagnosi e definisce gli interventi terapeutici, abilitativi o riabilitativi.
- La famiglia offre una prospettiva personale e quotidiana: condivide la storia dell’alunno, collega i diversi contesti e partecipa alle decisioni.
L’inclusione scolastica si costruisce attraverso la condivisione del percorso, nel rispetto delle competenze e delle responsabilità di ciascun soggetto.
Che cosa fa il servizio di neuropsichiatria infantile
La denominazione e l’organizzazione dei servizi possono variare da un territorio all’altro, ma la loro funzione rimane sanitaria. I servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza possono occuparsi di:
- accoglienza della richiesta;
- individuazione precoce delle difficoltà;
- valutazione diagnostica multidisciplinare;
- formulazione diagnostica, quando ne ricorrono le condizioni;
- definizione, attuazione e verifica di programmi terapeutici;
- interventi di abilitazione e riabilitazione;
- colloqui, orientamento e sostegno alla famiglia;
- collaborazione con gli altri servizi territoriali;
- collaborazione con la scuola nei percorsi previsti dalla normativa.
I Livelli essenziali di assistenza prevedono per i minori con disturbi neuropsichiatrici o del neurosviluppo una presa in carico multidisciplinare e un programma terapeutico individualizzato, differenziato in base all’intensità, alla complessità e alla durata degli interventi.
La valutazione non si basa generalmente su un singolo episodio o su una sola informazione. Può comprendere colloqui, osservazioni cliniche, strumenti standardizzati, informazioni sullo sviluppo e contributi provenienti dai diversi ambienti di vita.
Il servizio sanitario può inoltre fornire indicazioni sul funzionamento dell’alunno e sulle condizioni che possono favorire l’autonomia, la comunicazione e la partecipazione. Queste indicazioni rappresentano un contributo specialistico, ma non sostituiscono la responsabilità educativa e didattica della scuola.
Non spetta infatti allo specialista decidere unilateralmente come organizzare una lezione, quale voto attribuire o quale metodologia adottare. I professionisti sanitari possono indicare bisogni, condizioni facilitanti e supporti utili; spetta poi alla scuola tradurre queste informazioni nella progettazione educativa e didattica. Nei percorsi degli alunni con disabilità, questo passaggio si collega alla progettazione del nuovo PEI su base ICF.
Che cosa può osservare la scuola
La scuola non dispone dello sguardo clinico dei servizi, ma possiede una fonte di informazioni fondamentale: l’osservazione quotidiana dell’alunno in situazioni reali, ripetute e differenti.
I docenti possono osservare, per esempio:
- come l’alunno comprende e avvia una consegna;
- quanto riesce a mantenere l’attenzione su un’attività;
- come chiede aiuto;
- come reagisce alle correzioni e ai cambiamenti;
- come partecipa alle attività individuali e di gruppo;
- quali supporti aumentano la sua autonomia;
- in quali situazioni la difficoltà si riduce o aumenta;
- quali competenze e interessi emergono;
- quali progressi compaiono nel tempo.
Queste informazioni non devono essere raccolte per cercare una diagnosi, ma per comprendere che cosa accade nel contesto scolastico e orientare l’azione educativa.
La scuola può anche modificare alcuni elementi della situazione, come la chiarezza della consegna, la durata del compito, la presenza di supporti visivi o la suddivisione dell’attività in passaggi più brevi, osservando gli effetti prodotti.
Per rendere queste informazioni realmente utili è importante adottare un’osservazione sistematica, capace di rilevare non soltanto le difficoltà, ma anche i bisogni, le risorse e le potenzialità dell’alunno. A questo proposito può essere utile approfondire come osservare bisogni, difficoltà e potenzialità degli alunni.
Perché il docente non può formulare una diagnosi
Un docente può riconoscere una difficoltà, notare un cambiamento e descrivere un comportamento ricorrente. Non può però stabilire che l’alunno presenti una determinata condizione clinica.
La diagnosi richiede competenze sanitarie, una valutazione strutturata e la considerazione di elementi che non sono disponibili nel solo ambiente scolastico.
Per i disturbi specifici dell’apprendimento, per esempio, la Legge 170 del 2010 stabilisce che la diagnosi venga effettuata nell’ambito dei trattamenti specialistici assicurati dal Servizio sanitario nazionale o, nei casi previsti, da specialisti o strutture accreditate. Alla scuola spetta rilevare le difficoltà persistenti, attuare interventi didattici mirati e informare la famiglia. Le attività scolastiche di individuazione dei casi sospetti non costituiscono una diagnosi.
Questa distinzione non riduce l’importanza del docente. Al contrario, protegge il valore delle sue osservazioni, evitando che vengano confuse con interpretazioni cliniche.
Espressioni come:
“L’alunno è iperattivo.”
oppure:
“Ha sicuramente un disturbo dell’attenzione.”
attribuiscono un significato diagnostico a ciò che viene osservato.
È più utile descrivere il fatto:
“Durante il lavoro individuale si alza ripetutamente dal posto e necessita di diversi richiami per riprendere l’attività.”
Questa formulazione non assegna un’etichetta, ma offre un’informazione concreta che può essere compresa e approfondita.
Osservazione educativa e valutazione clinica non sono la stessa cosa
L’osservazione educativa cerca di rispondere a domande come:
- Che cosa accade durante l’attività?
- In quale momento emerge la difficoltà?
- In quali contesti si presenta?
- Che cosa aiuta l’alunno?
- Quali conseguenze produce sulla partecipazione e sull’apprendimento?
- Quali cambiamenti si osservano dopo un intervento educativo?
La valutazione clinica affronta domande differenti:
- Le difficoltà osservate corrispondono a una condizione clinica?
- Quali fattori devono essere considerati?
- Sono necessari ulteriori approfondimenti?
- Quale percorso terapeutico, abilitativo o riabilitativo può essere indicato?
La scuola descrive il funzionamento dell’alunno nel contesto scolastico. I servizi interpretano le informazioni nell’ambito di una valutazione sanitaria più ampia.
Le osservazioni dei docenti possono quindi contribuire al percorso clinico, ma non possono sostituirlo. Allo stesso modo, una diagnosi non descrive automaticamente come l’alunno affronta ogni compito, relazione o attività scolastica.
Quali informazioni scolastiche possono essere utili ai professionisti
Le informazioni più utili sono concrete, contestualizzate e verificabili. Una comunicazione efficace dovrebbe far comprendere non soltanto quale difficoltà è stata notata, ma anche quando compare, con quale frequenza e quali conseguenze produce.
Può essere utile indicare:
- il comportamento o la difficoltà effettivamente osservati;
- la frequenza con cui si presentano;
- la durata approssimativa;
- le attività e i contesti nei quali emergono;
- le conseguenze sul lavoro, sulla partecipazione o sulle relazioni;
- gli interventi educativi già sperimentati;
- la risposta dell’alunno ai diversi supporti;
- le competenze, gli interessi e i progressi rilevati.
Dire che un alunno “non vuole lavorare” contiene già un’interpretazione delle sue intenzioni.
È più informativo scrivere:
“Nelle attività scritte più lunghe non avvia il compito senza l’intervento dell’adulto. Quando la consegna viene suddivisa in tre passaggi, completa autonomamente le prime due parti.”
Allo stesso modo, invece di affermare che un alunno “non socializza”, si può precisare:
“Durante l’intervallo rimane spesso ai margini del gruppo, ma partecipa quando viene invitato direttamente da un compagno.”
Queste formulazioni descrivono ciò che accade e permettono di individuare anche le condizioni che facilitano la partecipazione.
Come evitare giudizi, etichette e interpretazioni cliniche
Nel comunicare con la famiglia o con i servizi è opportuno distinguere sempre tra ciò che è stato osservato e il significato che gli viene attribuito.
Parole come “pigro”, “provocatorio”, “manipolatorio”, “svogliato” o “immaturo” esprimono giudizi generali. Formulazioni come “lo fa per attirare l’attenzione” o “non si impegna perché non gli interessa” attribuiscono intenzioni che la scuola non può verificare direttamente.
Una descrizione professionale dovrebbe invece chiarire:
- che cosa è successo;
- quante volte è accaduto;
- durante quale attività;
- che cosa è avvenuto subito prima e subito dopo;
- come hanno reagito l’alunno e le persone presenti;
- quali interventi hanno modificato la situazione.
Descrivere i fatti non significa ignorare le difficoltà. Significa renderle comunicabili senza ridurre l’alunno a un comportamento o a una possibile diagnosi.
Il ruolo della famiglia nella comunicazione
Quando la scuola rileva una difficoltà persistente, il confronto con la famiglia dovrebbe partire dalle osservazioni, non da ipotesi diagnostiche.
È preferibile dire:
“Abbiamo osservato queste difficoltà in determinati momenti e vorremmo confrontarci con voi.”
È invece inopportuno comunicare:
“Pensiamo che vostro figlio abbia questo disturbo.”
La famiglia può riferire se comportamenti simili compaiono anche a casa o in altri contesti, se sono avvenuti cambiamenti recenti e se l’alunno è già seguito da professionisti. Può inoltre condividere con la scuola le indicazioni ricevute dai servizi, nel rispetto delle procedure previste.
In genere è la famiglia a rivolgersi al pediatra o ai servizi sanitari per avviare un eventuale approfondimento. Le modalità di accesso possono però cambiare in base al territorio. Per esempio, l’AUSL di Parma prevede, a seconda del distretto, il coinvolgimento del pediatra di libera scelta o del medico di medicina generale e differenti modalità di prenotazione.
La scuola può presentare le proprie osservazioni, spiegare perché ritiene utile un confronto con un professionista e continuare nel frattempo a intervenire sul piano educativo. L’eventuale attesa di una valutazione non deve trasformarsi in un periodo di inattività didattica.
Come scuola e servizi contribuiscono allo stesso percorso
Scuola e neuropsichiatria infantile non devono svolgere lo stesso lavoro.
La scuola:
- organizza l’ambiente di apprendimento;
- definisce obiettivi e attività didattiche;
- osserva l’alunno nei contesti scolastici;
- verifica gli effetti degli interventi educativi;
- comunica difficoltà, risorse e progressi;
- valuta gli apprendimenti secondo i criteri previsti.
I servizi sanitari:
- effettuano la valutazione clinica;
- formulano le eventuali diagnosi;
- definiscono il percorso terapeutico, abilitativo o riabilitativo;
- forniscono indicazioni sul funzionamento;
- sostengono e orientano la famiglia;
- verificano l’andamento della presa in carico.
La famiglia collega le informazioni provenienti dai diversi contesti, partecipa alle decisioni e contribuisce alla continuità del percorso.
Gli insegnanti osservano quotidianamente l’alunno nel gruppo e nelle attività scolastiche, i familiari ne conoscono la storia e i professionisti sanitari apportano competenze cliniche e riabilitative. L’integrazione di queste prospettive, senza confonderne i confini, permette di costruire un quadro più completo.
Nei percorsi degli alunni con disabilità, il confronto trova una sede formale anche nel Gruppo di lavoro operativo per l’inclusione, che elabora e approva il Piano educativo individualizzato. Il modello nazionale di PEI e il funzionamento del GLO sono disciplinati dal Decreto interministeriale 182 del 2020, successivamente modificato dal Decreto ministeriale 153 del 2023.
Per comprendere meglio questo passaggio è possibile approfondire il ruolo del GLO e degli altri gruppi per l’inclusione.
Perché la collaborazione deve essere continuativa
La collaborazione non dovrebbe iniziare soltanto quando si verifica una crisi o quando una difficoltà diventa particolarmente complessa da gestire.
Un confronto continuativo permette di comunicare anche:
- i progressi dell’alunno;
- gli interventi che hanno prodotto risultati;
- le difficoltà che compaiono in nuovi contesti;
- i cambiamenti nelle autonomie;
- le fasi di passaggio o di transizione;
- gli eventuali aggiornamenti del percorso clinico ed educativo.
Continuità non significa organizzare riunioni frequenti o trasmettere ogni singolo episodio. Significa evitare che scuola, famiglia e servizi si parlino soltanto nelle emergenze.
Le indicazioni specialistiche possono essere sperimentate nel contesto scolastico e adattate alle esigenze dell’alunno, della classe e dell’attività. La scuola può poi restituire ai professionisti informazioni sugli effetti osservati. In questo modo la comunicazione non procede in una sola direzione, ma diventa uno scambio.
Nei percorsi degli alunni con disabilità, anche la redazione e la verifica del PEI richiedono un confronto distribuito durante l’anno. È quindi importante conoscere quando il PEI viene redatto, verificato e aggiornato.
I Livelli essenziali di assistenza comprendono, tra le attività dei servizi per i minori con disturbi neuropsichiatrici e del neurosviluppo, il sostegno alla famiglia, gli interventi sulla rete sociale e la collaborazione con le istituzioni scolastiche nei percorsi previsti.
Una collaborazione efficace rispetta i confini professionali
La scuola non deve trasformarsi in un ambulatorio e i servizi sanitari non devono sostituirsi alla progettazione didattica.
Una collaborazione efficace si costruisce quando:
- i docenti descrivono senza diagnosticare;
- i professionisti sanitari forniscono indicazioni chiare e comprensibili;
- la famiglia viene coinvolta senza essere colpevolizzata;
- le informazioni riguardano anche risorse, interessi e progressi;
- ciascun soggetto assume le decisioni che appartengono al proprio ruolo;
- il dialogo prosegue durante il percorso e non soltanto nei momenti problematici.
La scuola osserva, educa e progetta. La neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza valuta clinicamente e, quando necessario, definisce interventi terapeutici, abilitativi o riabilitativi. La famiglia collega la storia personale, la vita quotidiana e i diversi contesti.
Il percorso diventa realmente condiviso quando nessuno invade il campo dell’altro, ma tutti mettono a disposizione informazioni chiare, pertinenti e rispettose nell’interesse dell’alunno.
Domande frequenti
La scuola può chiedere direttamente una valutazione neuropsichiatrica?
La scuola può comunicare alla famiglia le difficoltà osservate e spiegare perché potrebbe essere utile confrontarsi con il pediatra o con i servizi competenti. Non può però attivare unilateralmente una valutazione clinica in nome della famiglia o formulare una richiesta basata su una propria ipotesi diagnostica.
Le modalità di accesso ai servizi e di eventuale comunicazione diretta tra scuola e professionisti dipendono dall’organizzazione territoriale, dal tipo di percorso e dalle procedure previste.
Un docente può scrivere il nome di un disturbo in una relazione?
Un docente può riportare una diagnosi già formalmente comunicata alla scuola quando l’informazione è pertinente al documento e al percorso dell’alunno. Non dovrebbe invece utilizzare termini diagnostici per interpretare autonomamente comportamenti o difficoltà non ancora valutati dai professionisti.
È sempre preferibile distinguere la diagnosi già documentata dalle osservazioni effettuate direttamente a scuola.
Lo specialista può imporre alla scuola una metodologia didattica?
Lo specialista può fornire indicazioni sul funzionamento dell’alunno e suggerire condizioni, strumenti o supporti utili. Non può però imporre unilateralmente una specifica metodologia, un voto o l’organizzazione delle attività scolastiche.
Le indicazioni sanitarie devono essere considerate e tradotte all’interno della progettazione educativa e didattica, anche attraverso il confronto collegiale e, quando previsto, il lavoro del GLO.
Che cosa dovrebbe comunicare la scuola ai servizi?
Sono utili le informazioni riguardanti:
- fatti osservabili;
- frequenza e durata delle difficoltà;
- attività e contesti nei quali compaiono;
- conseguenze sulla partecipazione e sull’apprendimento;
- interventi già attuati;
- risposta dell’alunno ai supporti;
- competenze, interessi e progressi.
È importante evitare giudizi personali, etichette e ipotesi cliniche.
La collaborazione con i servizi riguarda soltanto gli alunni con disabilità certificata?
No. Il confronto può essere utile anche in altri percorsi di valutazione, diagnosi o presa in carico. Cambiano però le procedure, i documenti, gli obiettivi della collaborazione e le modalità di partecipazione dei soggetti coinvolti.
Il GLO è previsto specificamente per gli alunni con disabilità ai fini dell’inclusione scolastica. Negli altri casi, il rapporto tra scuola, famiglia e servizi segue modalità differenti.
Bibliografia essenziale
- Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 12 gennaio 2017, articolo 25, Assistenza sociosanitaria ai minori con disturbi in ambito neuropsichiatrico e del neurosviluppo.
- Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, come modificato dal Decreto legislativo 7 agosto 2019, n. 96.
- Decreto interministeriale 29 dicembre 2020, n. 182, come modificato dal Decreto ministeriale 1° agosto 2023, n. 153, relativo al modello nazionale di PEI e alle modalità di funzionamento del GLO.
- Legge 8 ottobre 2010, n. 170, articolo 3, Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico.
- Azienda USL di Parma, Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.
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