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Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDFLa paralisi cerebrale infantile può incidere sul modo in cui un alunno si muove, mantiene una posizione, utilizza le mani, comunica o affronta le attività della giornata scolastica. Le conseguenze, però, non sono uguali per tutti.
Due alunni con la stessa diagnosi possono avere capacità, autonomie e bisogni molto diversi. Per comprendere la loro esperienza a scuola non basta quindi conoscere la condizione clinica. Occorre osservare anche come sono organizzati gli spazi, i tempi, i materiali e le attività della classe.
Una difficoltà motoria, infatti, non diventa automaticamente un ostacolo alla partecipazione. Può diventarlo quando l’ambiente richiede un’unica modalità di esecuzione, non concede il tempo necessario oppure limita le occasioni di scelta, autonomia e relazione.
Che cosa significa paralisi cerebrale infantile
Con l’espressione paralisi cerebrale infantile, spesso abbreviata in PCI, si indica un gruppo di condizioni permanenti che interessano soprattutto lo sviluppo del movimento e della postura. Sono dovute ad alterazioni non progressive avvenute nel cervello durante il suo sviluppo.
La condizione cerebrale di base non è progressiva, quindi non peggiora nel tempo come accade nelle malattie neurodegenerative. Le sue manifestazioni, tuttavia, possono cambiare nel corso della crescita e della vita, anche in relazione allo sviluppo corporeo, alle attività svolte e alle condizioni ambientali.
La parola “paralisi” non indica necessariamente un’assenza completa di movimento. Alcuni alunni camminano autonomamente, altri utilizzano ausili per gli spostamenti, mentre altri ancora possono avere difficoltà concentrate soprattutto nell’uso delle mani, nella coordinazione o nella produzione verbale.
La diagnosi, da sola, non permette quindi di stabilire che cosa l’alunno possa comprendere, apprendere o svolgere. Per la scuola è necessario considerare il suo concreto profilo di funzionamento nei diversi contesti.
Perché la situazione varia da un alunno all’altro
La paralisi cerebrale infantile comprende quadri molto differenti. Un alunno può avere una buona autonomia negli spostamenti ma incontrare difficoltà nella scrittura. Un altro può utilizzare una carrozzina, comunicare verbalmente e seguire la programmazione della classe. Un altro ancora può presentare bisogni motori associati a difficoltà comunicative, sensoriali o cognitive.
Non è quindi corretto attribuire automaticamente a tutti gli alunni con PCI le stesse limitazioni.
Anche le prestazioni dello stesso alunno possono variare durante la giornata. La stanchezza, la durata delle attività, il numero degli spostamenti, il mantenimento prolungato di una posizione e la necessità di compiere gesti ripetuti possono modificare la qualità e la velocità dell’esecuzione.
Per questo motivo, l’osservazione scolastica deve concentrarsi su ciò che accade realmente durante le lezioni, senza dedurre capacità o difficoltà dalla sola etichetta diagnostica.
Quali difficoltà possono comparire durante la giornata scolastica
Motricità globale e spostamenti
Le difficoltà nella motricità globale possono riguardare il cammino, l’equilibrio, i cambi di posizione o il passaggio da un ambiente all’altro.
Entrare in aula, raggiungere un laboratorio, muoversi tra i banchi o partecipare a un’attività fuori dalla classe può richiedere più tempo. Percorsi affollati, porte pesanti, spazi stretti o frequenti cambi di aula possono aumentare la fatica e ridurre l’autonomia.
Anche un alunno che cammina senza assistenza può incontrare difficoltà sulle lunghe distanze, sulle scale o nelle situazioni in cui è necessario spostarsi rapidamente.
Motricità fine
La motricità fine riguarda i movimenti precisi delle mani e delle dita. Può incidere su attività come:
- scrivere a mano;
- girare le pagine;
- utilizzare righello, forbici o strumenti da laboratorio;
- manipolare piccoli oggetti;
- aprire contenitori e raccoglitori;
- utilizzare tastiera, mouse o schermo tattile.
In queste situazioni, la difficoltà non dipende necessariamente dalla comprensione del compito. L’alunno può sapere che cosa deve fare, ma avere bisogno di più tempo o di una modalità diversa per esprimere ciò che ha appreso.
Postura e mantenimento della posizione
Alcuni alunni possono incontrare difficoltà nel mantenere a lungo una posizione stabile o nel modificarla autonomamente.
Questo può influire sull’attenzione, sull’uso delle mani, sulla possibilità di guardare la lavagna e sull’accesso ai materiali. Una posizione sostenibile all’inizio della lezione può diventare faticosa dopo un’attività prolungata.
La scuola deve attenersi alle indicazioni riportate nella documentazione dell’alunno e fornite dai professionisti competenti, senza improvvisare soluzioni posturali o modificare autonomamente ausili, tutori e dispositivi.
Lentezza e affaticamento
Molte attività scolastiche sono organizzate intorno alla rapidità: copiare dalla lavagna, cambiare materiale, completare una scheda, raggiungere un’altra aula o rispondere prima che la lezione prosegua.
Per un alunno con PCI, la velocità richiesta può diventare una barriera anche quando le competenze cognitive e disciplinari sono adeguate.
La lentezza motoria non deve essere interpretata automaticamente come scarsa attenzione, mancanza di impegno o insufficiente comprensione. Può dipendere dal maggiore controllo necessario per eseguire il movimento.
Anche la fatica può accumularsi nel corso della giornata. Un compito svolto correttamente al mattino può richiedere un maggiore supporto nelle ore successive, senza che ciò rappresenti una perdita delle competenze acquisite.
Bisogni comunicativi, sensoriali o cognitivi associati
In alcuni casi, la paralisi cerebrale infantile può essere accompagnata da difficoltà nella comunicazione, nella percezione, nella vista, nell’udito o nelle funzioni cognitive. Queste condizioni, però, non sono presenti in tutti gli alunni e non possono essere date per scontate.
Una produzione verbale poco chiara, per esempio, non permette di dedurre il livello di comprensione dell’alunno. La difficoltà può riguardare il controllo dei movimenti necessari per parlare, mentre le capacità di pensiero e comprensione possono essere adeguate.
Quando l’alunno utilizza un sistema di Comunicazione Aumentativa e Alternativa, la scuola deve conoscerne l’impiego educativo essenziale e rispettare i tempi necessari, senza sostituirsi continuamente all’alunno o anticiparne le risposte.
Difficoltà della persona e barriere dell’ambiente non sono la stessa cosa
Una difficoltà riguarda il modo in cui l’alunno compie una determinata azione. La barriera nasce invece dall’incontro tra quella difficoltà e un ambiente che non offre alternative adeguate.
| Situazione dell’alunno | Possibile barriera scolastica |
|---|---|
| Scrive lentamente | Richiedere di copiare lunghi testi entro lo stesso tempo dei compagni |
| Utilizza una carrozzina | Collocare materiali o attività in spazi non raggiungibili |
| Ha bisogno di più tempo per rispondere | Interrompere l’attesa o rivolgere subito la domanda a un compagno |
| Si affatica facilmente | Concentrare molte attività motorie o grafiche senza considerarne la durata |
| Ha difficoltà a manipolare piccoli oggetti | Valutare l’apprendimento soltanto attraverso la precisione manuale |
La distinzione è importante perché la scuola non può eliminare la condizione dell’alunno, ma può intervenire sulle caratteristiche dell’ambiente che limitano inutilmente l’accesso e la partecipazione. Secondo il modello dell’ICF, il funzionamento e la disabilità devono essere considerati nel loro rapporto con i fattori ambientali, che possono agire come barriere oppure come facilitatori.
Concedere più tempo, modificare la modalità di risposta o rendere raggiungibile un materiale non significa ridurre automaticamente l’obiettivo didattico. Significa evitare che una difficoltà motoria diventi il criterio con cui viene misurata una competenza diversa.
Accessibilità degli spazi scolastici
L’accessibilità non riguarda soltanto la presenza di rampe o ascensori. Deve essere considerato l’intero percorso compiuto dall’alunno durante la giornata.
Occorre verificare che siano effettivamente raggiungibili:
- l’aula;
- i laboratori;
- la palestra;
- la mensa;
- i servizi igienici;
- gli spazi comuni;
- le uscite e le aree utilizzate durante le attività scolastiche.
Anche la disposizione interna dell’aula può creare ostacoli. Passaggi stretti, zaini lasciati a terra, banchi troppo vicini o materiali collocati fuori portata possono rendere necessario l’intervento continuo di un adulto.
Una disposizione accessibile dovrebbe consentire all’alunno di raggiungere il proprio posto, utilizzare gli strumenti e interagire con i compagni con il massimo livello possibile di autonomia.
Il banco e gli eventuali ausili devono essere organizzati secondo le indicazioni previste per quello specifico alunno. Il docente non deve proporre correzioni posturali di carattere clinico, ma può segnalare quando l’organizzazione dell’aula ostacola il lavoro, gli spostamenti o la partecipazione.
L’accessibilità deve essere considerata anche durante le attività motorie. Modificare spazi, regole, tempi o modalità di partecipazione per adattare un gioco motorio per includere tutti gli alunni può permettere all’alunno di prendere parte al gioco comune senza essere escluso preventivamente.
Accessibilità dei materiali senza creare un percorso separato
Un materiale può risultare difficile da utilizzare anche quando il suo contenuto è adeguato alle capacità dell’alunno.
Un libro pesante, numerose pagine da sfogliare, spazi di scrittura molto ridotti o una consegna basata esclusivamente sulla copiatura possono richiedere uno sforzo motorio sproporzionato rispetto all’obiettivo dell’attività.
La soluzione non consiste necessariamente nel semplificare il contenuto. Può essere sufficiente permettere una modalità diversa di consultazione o di risposta, purché coerente con l’obiettivo didattico.
Quando, per esempio, si vuole valutare la comprensione di un argomento, la qualità grafica della scrittura non dovrebbe diventare automaticamente il principale criterio di giudizio. Diverso è il caso in cui l’attività abbia come obiettivo specifico una competenza motoria o grafica.
Tra le possibili alternative per preparare materiali didattici accessibili possono rientrare l’uso di strumenti digitali, risposte orali, domande a scelta, materiali già predisposti, testi con spazi adeguati o una diversa organizzazione della quantità di lavoro.
Partecipare non significa soltanto essere presenti
Un alunno può trovarsi fisicamente in classe e rimanere escluso dall’attività.
Questo accade quando riceve sempre un compito separato, osserva i compagni senza avere un ruolo, viene aiutato prima di poter provare oppure partecipa soltanto attraverso l’adulto di riferimento.
La partecipazione scolastica reale deve essere considerata durante tutte le fasi dell’attività:
- comprensione della consegna;
- accesso ai materiali;
- possibilità di fare una scelta;
- svolgimento di un ruolo;
- comunicazione con i compagni;
- restituzione del proprio contributo.
Nel lavoro di gruppo, per esempio, non è sufficiente collocare l’alunno accanto ai compagni. Occorre che abbia una funzione riconoscibile e collegata al compito comune.
Il ruolo non dovrebbe essere assegnato esclusivamente in base alla rapidità di movimento, alla scrittura manuale o alla capacità di spostarsi senza aiuto. Può essere necessario modificare il modo in cui il contributo viene espresso, senza escludere l’alunno dall’obiettivo condiviso.
Progettare un’attività realmente inclusiva significa quindi progettare un compito comune senza creare percorsi separati, prevedendo modalità differenti per accedere ai materiali, svolgere le azioni richieste e comunicare il proprio contributo.
Quando il tempo diventa una barriera
Il tempo scolastico è spesso uniforme, mentre i tempi di esecuzione degli alunni non lo sono.
Per un alunno con PCI può essere necessario più tempo per:
- preparare il materiale;
- iniziare un movimento;
- scrivere o selezionare una risposta;
- comunicare una scelta;
- spostarsi;
- passare da un’attività all’altra.
Concedere un tempo adeguato non significa prolungare indiscriminatamente ogni compito. Occorre capire quale parte dell’attività richiede più tempo e se la quantità di lavoro possa essere rimodulata senza modificare l’obiettivo.
Se l’alunno conosce la risposta ma impiega molto tempo a scriverla, assegnargli altre pagine da completare durante l’intervallo non rimuove la barriera. Rischia invece di aumentare la fatica e di ridurre ulteriormente le occasioni di relazione con i compagni.
L’iperprotezione può produrre esclusione
L’aiuto è utile quando permette all’alunno di accedere a un’attività che altrimenti sarebbe irraggiungibile. Diventa una barriera quando sostituisce competenze che l’alunno potrebbe esercitare, anche in modo lento o parziale.
L’iperprotezione può manifestarsi quando gli adulti:
- compiono ogni azione al posto dell’alunno;
- rispondono senza lasciargli il tempo di comunicare;
- decidono continuamente per lui;
- lo escludono preventivamente dalle attività considerate difficili;
- chiedono ai compagni di non coinvolgerlo per evitare rischi o fatica.
Questi comportamenti possono nascere da intenzioni positive, ma riducono le occasioni di scelta, autonomia e relazione.
L’obiettivo non è lasciare l’alunno senza supporto. È offrire il livello di aiuto realmente necessario, evitando che la presenza costante dell’adulto impedisca il rapporto diretto con i compagni o la possibilità di provare.
Le barriere nella comunicazione
Quando la comunicazione verbale è lenta, poco chiara o affidata a strumenti specifici, anche il comportamento degli interlocutori può facilitare oppure ostacolare la partecipazione.
Parlare soltanto con l’adulto che accompagna l’alunno, completare ogni frase, cambiare domanda prima che possa rispondere o fingere di aver compreso sono forme di esclusione comunicativa.
La scuola dovrebbe rivolgersi direttamente all’alunno, conoscere il sistema comunicativo utilizzato e concedere un tempo di risposta compatibile con le sue modalità.
La Comunicazione Aumentativa e Alternativa a scuola richiede una progettazione specifica e condivisa. Il sistema comunicativo deve essere disponibile nei momenti in cui l’alunno deve scegliere, rispondere, partecipare o esprimere un bisogno, non soltanto durante attività individuali e separate.
Il ruolo educativo del docente e quello riabilitativo dei professionisti
Il docente ha il compito di rendere accessibili le esperienze scolastiche, progettare attività coerenti con il profilo dell’alunno e osservare quali condizioni favoriscono o limitano la partecipazione.
Può rilevare, per esempio, che l’alunno lavora meglio con determinati tempi, incontra difficoltà durante alcuni spostamenti o partecipa meno quando i materiali richiedono una manipolazione molto precisa.
Queste osservazioni hanno una funzione educativa e organizzativa. Non costituiscono una valutazione clinica.
Il docente non deve:
- proporre esercizi fisioterapici;
- modificare autonomamente ausili, tutori o dispositivi;
- indicare posture correttive;
- interpretare clinicamente movimenti o sintomi;
- trasformare la lezione in una seduta riabilitativa.
Fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, medici e altri professionisti definiscono gli interventi di loro competenza. La scuola collabora con loro e con la famiglia per comprendere come applicare nel contesto educativo le indicazioni necessarie.
Collaborare non significa confondere i ruoli. L’obiettivo del docente resta educativo e riguarda l’apprendimento, la comunicazione, l’autonomia, le relazioni e la partecipazione alla vita della classe.
Comprendere le barriere prima di scegliere gli interventi
Prima di proporre un adattamento è utile capire in quale momento nasce l’ostacolo.
La difficoltà può comparire:
- nell’accesso allo spazio;
- nella preparazione del materiale;
- nella comprensione della consegna;
- nell’esecuzione motoria;
- nella comunicazione della risposta;
- nel rapporto con i compagni.
È utile osservare che cosa l’alunno riesce a fare, in quali condizioni incontra la difficoltà, quali aiuti sono già disponibili e che cosa cambia quando viene modificato un elemento dell’ambiente.
Una lettura ordinata dell’accessibilità, della partecipazione, della comunicazione e dell’autonomia aiuta il team docente a non concentrare l’attenzione soltanto sulla prestazione motoria.
Una scuola accessibile riduce gli ostacoli inutili
La paralisi cerebrale infantile può comportare difficoltà motorie e, in alcuni casi, bisogni comunicativi, sensoriali o cognitivi associati. Queste caratteristiche non determinano da sole il livello di partecipazione scolastica.
Spazi irraggiungibili, tempi troppo rigidi, materiali utilizzabili in un’unica modalità, aiuti sostitutivi e attività separate possono trasformare una difficoltà in una barriera.
Il compito della scuola è comprendere dove nasce l’ostacolo e modificare ciò che può essere modificato, senza attribuire all’alunno limiti che appartengono invece all’organizzazione dell’ambiente.
Un sistema educativo inclusivo deve garantire l’accesso, i sostegni necessari e la piena partecipazione degli alunni con disabilità alla vita scolastica, nel rispetto delle caratteristiche e delle modalità di funzionamento di ciascuno.
Domande frequenti
La paralisi cerebrale infantile comporta sempre una disabilità intellettiva?
No. Alcuni alunni possono presentare difficoltà cognitive associate, mentre altri possiedono competenze cognitive adeguate all’età. Le capacità non devono essere dedotte dalla difficoltà motoria, dalla postura o dalla chiarezza del linguaggio verbale.
Un alunno con PCI deve sempre avere più tempo?
Non necessariamente per ogni attività. Il tempo aggiuntivo può essere utile quando il compito richiede movimenti, scrittura, manipolazione, comunicazione o spostamenti più lenti. Deve essere collegato al bisogno concreto e all’obiettivo dell’attività.
Si può sostituire la scrittura manuale con una risposta digitale o orale?
Può essere opportuno quando la scrittura non rappresenta l’obiettivo specifico della prova e la difficoltà motoria impedisce all’alunno di mostrare le conoscenze possedute. La modalità scelta deve essere coerente con il suo percorso educativo e con quanto previsto nel PEI.
Perché l’iperprotezione può limitare la partecipazione?
Perché un aiuto eccessivo può ridurre le possibilità di scelta, iniziativa e relazione con i compagni. Il supporto dovrebbe facilitare l’azione dell’alunno, non sostituirla automaticamente.
Chi decide le indicazioni relative alla postura e agli ausili?
Le indicazioni cliniche, posturali e riabilitative spettano ai professionisti competenti. La scuola le applica nel contesto educativo, segnala eventuali difficoltà organizzative e collabora con la famiglia e con i servizi.
Bibliografia essenziale
- Rosenbaum P., Paneth N., Leviton A. et al., A report: the definition and classification of cerebral palsy, Developmental Medicine & Child Neurology, 2007.
- World Health Organization, International Classification of Functioning, Disability and Health: ICF, Ginevra, 2001.
- Centers for Disease Control and Prevention, About Cerebral Palsy, aggiornamento del 12 giugno 2026.
- Nazioni Unite, Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, 2006, in particolare gli articoli 9 e 24.
- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto interministeriale 29 dicembre 2020, n. 182, relativo al modello nazionale di Piano educativo individualizzato e alle correlate Linee guida.
- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto ministeriale 1° agosto 2023, n. 153, recante disposizioni correttive al Decreto interministeriale n. 182 del 2020 e alle relative Linee guida.
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