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Acquista su Amazon Scarica l’indice in PDFCecità e ipovisione vengono spesso presentate come due condizioni facilmente distinguibili: da una parte chi non vede, dall’altra chi vede poco. Questa rappresentazione è però troppo semplice per comprendere ciò che accade realmente a scuola.
Tra l’assenza della vista e una visione pienamente funzionale esistono condizioni molto diverse. Anche due studenti appartenenti alla stessa categoria clinica possono accedere in modo differente ai testi, alle immagini, alla lavagna, agli spazi e alle spiegazioni dell’insegnante.
Per comprenderne i bisogni educativi non basta quindi conoscere la diagnosi. Occorre considerare il residuo visivo, le modalità con cui viene utilizzato e il funzionamento dello studente nelle concrete attività scolastiche.
Qual è la differenza tra cecità e ipovisione
In termini generali, la cecità indica una compromissione visiva molto grave. Può comportare l’assenza della percezione visiva oppure la presenza di un residuo estremamente limitato, non sufficiente per svolgere efficacemente le comuni attività basate sulla vista.
L’ipovisione consiste invece in una riduzione significativa della funzione visiva. La persona conserva un residuo che, in determinate condizioni e talvolta con l’aiuto di ausili o adattamenti, può essere utilizzato per riconoscere forme, colori, contrasti, movimenti, oggetti o parti di un testo.
La differenza non coincide quindi semplicemente con l’alternativa tra vedere e non vedere. Anche una persona cieca può conservare la percezione della luce, delle ombre o di alcuni stimoli visivi. Allo stesso modo, una persona ipovedente può incontrare difficoltà molto rilevanti nonostante riesca a riconoscere determinati oggetti o a leggere alcune scritte.
In Italia, la Legge 3 aprile 2001, n. 138 distingue, ai fini del riconoscimento giuridico, i ciechi totali, i ciechi parziali e gli ipovedenti gravi, medio-gravi e lievi. La classificazione considera l’acuità visiva e il residuo perimetrico binoculare. Si tratta però di parametri clinici e giuridici che non descrivono automaticamente il modo in cui una persona affronta ogni attività scolastica.
Che cosa si intende per residuo visivo
Il residuo visivo è la parte della funzione visiva ancora disponibile e concretamente utilizzabile dalla persona.
Non deve essere considerato come una semplice percentuale. Due studenti con una capacità visiva apparentemente simile possono utilizzare ciò che vedono in modi molto diversi.
Il residuo visivo può permettere, per esempio, di:
- distinguere la presenza di una persona;
- riconoscere colori o contrasti;
- percepire oggetti di grandi dimensioni;
- leggere caratteri sufficientemente grandi e visibili;
- individuare porte, finestre o punti di riferimento;
- seguire alcuni movimenti.
Queste possibilità non sono necessariamente presenti tutte insieme. Uno studente può riconoscere abbastanza bene un oggetto vicino, ma non riuscire a leggere ciò che è scritto alla lavagna. Un altro può decifrare alcune parole, ma avere difficoltà a orientarsi in un ambiente affollato. Un altro ancora può vedere adeguatamente in determinate condizioni di luce e incontrare ostacoli rilevanti quando cambia l’illuminazione.
Il funzionamento visivo può dipendere dall’acuità visiva, dall’ampiezza del campo visivo, dalla sensibilità al contrasto, dalla percezione dei colori, dalla distanza, dall’illuminazione, dalla presenza di riflessi e dall’affaticamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea infatti che la disabilità visiva non può essere descritta considerando soltanto l’acuità visiva, perché possono essere coinvolte diverse funzioni del sistema visivo.
Cecità e ipovisione non producono un unico profilo scolastico
La categoria diagnostica fornisce un’informazione importante, ma non permette da sola di prevedere come lo studente apprenderà.
Uno studente cieco può aver sviluppato modalità molto autonome di esplorazione, lettura e organizzazione delle informazioni. Un altro studente con la stessa diagnosi può avere bisogno di tempi differenti perché ha perso la vista recentemente o sta ancora costruendo nuove modalità di accesso all’ambiente.
Anche tra gli studenti ipovedenti la variabilità è ampia. Alcuni utilizzano prevalentemente la vista nelle attività scolastiche, mentre altri alternano il canale visivo a modalità tattili o uditive. Alcuni riescono a leggere testi stampati soltanto per periodi limitati; altri necessitano di caratteri particolarmente grandi o contrastati; altri ancora percepiscono la struttura generale di una pagina, ma non tutti i dettagli.
Il modo di apprendere può essere influenzato anche:
- dall’età in cui è comparsa la condizione visiva;
- dalla stabilità o dall’evoluzione della situazione;
- dalle esperienze scolastiche precedenti;
- dalla familiarità con gli ambienti;
- dalle strategie già sviluppate per raccogliere informazioni;
- dalla capacità di riconoscere e gestire l’affaticamento;
- dalla presenza di eventuali altre condizioni;
- dalle caratteristiche dell’attività richiesta.
Questi elementi spiegano perché due studenti con la stessa diagnosi non debbano essere considerati automaticamente equivalenti.
Come cambia l’accesso a testi, immagini, lavagna e spazi
La differenza tra cecità e ipovisione diventa particolarmente evidente quando si osserva l’accesso alle comuni informazioni scolastiche.
- Lettura dei testi. Per lo studente cieco, il testo visivo può non essere accessibile direttamente e deve essere acquisito attraverso modalità tattili, uditive o digitali. Per lo studente ipovedente, il testo può essere leggibile solo in determinate condizioni, per un tempo limitato o con maggiore affaticamento.
- Comprensione delle immagini. Per lo studente cieco, le informazioni presenti esclusivamente nell’immagine possono non essere percepite senza una descrizione o una diversa mediazione. Lo studente ipovedente può percepire alcuni elementi, ma non necessariamente i dettagli, le relazioni spaziali o le parti meno contrastate.
- Lettura della lavagna. Per lo studente cieco, le informazioni scritte, proiettate o indicate visivamente possono non essere accessibili. Per lo studente ipovedente, la visibilità può cambiare in base alla distanza, alle dimensioni, al contrasto, all’illuminazione e alla posizione dello studente.
- Orientamento negli spazi. Per lo studente cieco, l’accesso allo spazio può basarsi su riferimenti tattili, uditivi, propriocettivi o organizzativi. Lo studente ipovedente può orientarsi bene in alcuni ambienti e incontrare difficoltà in presenza di ostacoli, affollamento o variazioni di luce.
Questi esempi descrivono possibilità, non regole valide per tutti.
Il fatto che uno studente ipovedente riesca a leggere una parola non significa che possa sostenere senza difficoltà la lettura di un’intera pagina. Allo stesso modo, la cecità non implica necessariamente disorientamento, dipendenza dall’adulto o difficoltà nella comprensione dei concetti.
Le modalità utilizzate per preparare materiali didattici accessibili devono essere definite considerando le caratteristiche dello studente. Non possono essere dedotte soltanto dalla distinzione generale tra cecità e ipovisione.
Lo stesso vale per le modalità utilizzate per descrivere immagini a studenti ciechi o ipovedenti e per descrivere grafici e altri contenuti visivi.
Perché la stessa persona può vedere in modo diverso nelle varie attività
Il funzionamento visivo non è sempre costante.
Uno studente può riconoscere agevolmente i compagni in un ambiente conosciuto e non riuscire a distinguerli in controluce. Può leggere un testo vicino, ma non individuare un’informazione proiettata. Può muoversi autonomamente nell’aula abituale e avere bisogno di più tempo in un laboratorio mai frequentato.
Anche la durata del compito può modificare la prestazione. L’uso prolungato del residuo visivo può determinare affaticamento, rallentamento, perdita di precisione o necessità di interrompere temporaneamente l’attività. Una capacità osservata all’inizio della lezione non è quindi necessariamente disponibile con la stessa efficacia dopo un lungo lavoro visivo.
Questo non significa che lo studente sia poco attento, poco motivato o incoerente. La prestazione nasce dall’interazione tra la condizione visiva, il compito richiesto e le caratteristiche dell’ambiente.
Informazione clinica e bisogno educativo non coincidono
L’informazione clinica descrive la condizione visiva, la sua gravità e alcune caratteristiche delle funzioni compromesse. È indispensabile, ma non risponde da sola alle domande che interessano la scuola.
La diagnosi non indica automaticamente:
- per quanto tempo lo studente riesce a leggere;
- quali elementi di un’immagine riesce a riconoscere;
- se vede meglio da vicino o a distanza;
- quanto incidono l’illuminazione e i riflessi;
- come esplora una pagina;
- come si orienta negli ambienti conosciuti e nuovi;
- quali modalità utilizza spontaneamente per raccogliere informazioni.
Il bisogno educativo emerge quando la condizione visiva viene messa in relazione con una determinata attività.
Il modello ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità considera il funzionamento della persona all’interno del proprio contesto e include il ruolo dei fattori ambientali. La stessa condizione può quindi produrre conseguenze differenti a seconda delle richieste, degli spazi, delle informazioni disponibili, delle facilitazioni e delle barriere presenti.
Dire che uno studente è ipovedente fornisce una cornice generale. Osservare che riesce a leggere parole isolate, ma perde il segno nei testi lunghi, descrive invece un elemento direttamente collegato alla sua esperienza scolastica.
Questa distinzione rappresenta anche il punto di partenza per organizzare la didattica per uno studente cieco o ipovedente.
L’importanza di osservare il funzionamento reale
Osservare il funzionamento reale significa verificare come lo studente accede alle attività quotidiane, senza limitarsi alle aspettative costruite a partire dalla diagnosi.
L’osservazione non serve a mettere alla prova lo studente né a stabilire quanto sia autonomo in termini assoluti. Serve a comprendere in quali situazioni una competenza è disponibile, quando compare una difficoltà e quali caratteristiche dell’ambiente modificano la prestazione.
Una stessa azione deve essere letta nel proprio contesto. Avvicinarsi molto a un testo, per esempio, può essere una modalità funzionale per sfruttare il residuo visivo. Non guardare il volto dell’interlocutore non indica necessariamente disinteresse. Impiegare più tempo nell’esplorazione di una pagina non significa non averne compreso il contenuto.
L’osservazione scolastica integra quindi l’informazione clinica, ma non la sostituisce. Il suo scopo è trasformare una descrizione generale della condizione in una comprensione più precisa dell’accesso agli apprendimenti.
Evitare supposizioni sulle capacità dello studente
Uno degli errori più frequenti consiste nell’attribuire allo studente capacità o difficoltà basandosi esclusivamente sull’etichetta diagnostica.
Non è corretto presumere che uno studente cieco:
- abbia difficoltà cognitive;
- non possa comprendere informazioni spaziali;
- debba essere guidato in ogni spostamento;
- non possa partecipare alle stesse attività dei compagni.
Allo stesso modo, non è corretto presumere che uno studente ipovedente:
- riesca sempre a leggere un normale testo stampato;
- possa utilizzare la lavagna soltanto perché conserva una parte della vista;
- riconosca tutti gli elementi di un’immagine;
- abbia difficoltà lievi solo perché non è cieco;
- possa mantenere a lungo la stessa prestazione visiva.
Le aspettative troppo basse possono limitare le opportunità di apprendimento. Le aspettative troppo alte, costruite senza conoscere il funzionamento reale, possono invece produrre affaticamento, frustrazione e una falsa impressione di scarso impegno.
Comprendere la differenza tra cecità e ipovisione significa soprattutto evitare automatismi. La diagnosi orienta la conoscenza iniziale, ma è la persona, attraverso il proprio funzionamento nelle attività concrete, a mostrare quali modalità di accesso risultano realmente efficaci.
Cecità, ipovisione e apprendimento: il punto centrale
Cecità e ipovisione descrivono condizioni visive differenti, ma non definiscono da sole le possibilità di apprendimento dello studente.
Il residuo visivo può essere assente, estremamente limitato oppure utilizzabile in alcune circostanze. La sua presenza non garantisce che tutte le informazioni visive siano accessibili e la sua assenza non determina una minore capacità di comprendere o apprendere.
Per la scuola, il passaggio decisivo consiste nel distinguere ciò che la diagnosi comunica da ciò che lo studente riesce concretamente a fare nelle diverse situazioni. Soltanto questa distinzione permette di evitare supposizioni e di riconoscere la reale variabilità delle condizioni visive.
Domande frequenti
Una persona cieca può avere un residuo visivo?
Sì. Il termine cecità non indica sempre l’assenza assoluta di qualsiasi percezione. Alcune persone possono percepire luce, ombre, movimenti o stimoli particolarmente evidenti, senza riuscire a utilizzare la vista per le comuni attività scolastiche.
Ipovisione significa semplicemente vedere meno?
No. L’ipovisione può interessare, in modi differenti, la percezione dei dettagli, dei contrasti, delle distanze, dei colori o dello spazio. La qualità della visione può inoltre cambiare in base all’illuminazione, alla durata del compito e alle caratteristiche dell’ambiente.
La diagnosi indica come deve studiare l’alunno?
La diagnosi fornisce informazioni cliniche importanti, ma non determina da sola le modalità di apprendimento. È necessario conoscere come lo studente accede realmente ai testi, alle immagini, alla lavagna, alle spiegazioni e agli spazi.
Perché due studenti ipovedenti possono avere bisogni molto diversi?
Perché possono differire per acuità visiva, campo visivo, sensibilità al contrasto, affaticamento, età di comparsa della condizione, esperienze precedenti e strategie sviluppate per raccogliere le informazioni.
Vedere un oggetto significa poter usare efficacemente la vista a scuola?
Non necessariamente. Riconoscere un oggetto vicino è diverso dal leggere un testo lungo, osservare la lavagna, seguire una proiezione o individuare dettagli all’interno di un’immagine complessa.
Bibliografia essenziale
- Organizzazione Mondiale della Sanità, International Classification of Functioning, Disability and Health, ICF, 2001.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, World Report on Vision, 2019.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, Blindness and vision impairment.
- Legge 3 aprile 2001, n. 138, Classificazione e quantificazione delle minorazioni visive e norme in materia di accertamenti oculistici.
- Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, articolo 24, diritto all’educazione.
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